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10 domande per Renzi e Hollande: saturiamoli!

10domandeIl Movimento NO TAV c’è sempre, anche l’8 marzo. A Venezia, per ricordare ai governanti che non sarà il loro centunesimo accordo balneare a rendere credibile il progetto della Torino-Lione. E in contemporanea a Roma al Senato della Repubblica, con gli amministratori e i tecnici del nostro territorio che spiegheranno le nostre ragioni in audizione presso la Commissione Lavori Pubblici e Comunicazioni.

Visto che non abbiamo paura del confronto, poniamo a Renzi e Hollande 10 semplici domande sfidandoli a rispondere in modo esauriente.

E invitiamo tutti a farlo insieme a noi, mandando le stesse domande a chi crede di poter decidere del nostro futuro. Usiamo twitter, facebook, l’e-mail e gli altri mezzi di comunicazione. Qui trovate le 10 schede con le domande, gli indirizzi e i riferimenti (tutti pubblici ovviamente).

Tempestiamoli, saturiamoli!

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8 marzo – vertice ITALIA/FRANCIA: partenze da Brescia e Peschiera del Garda

Anche i NO TAV della tratta Brescia-Verona prenderanno parte a questa importante data a Venezia per il vertice Italia-Francia che  ci porterà ancora una volta verso i palazzi e le città dove vengono prese le decisioni sul futuro del nostro paese e su come investire i soldi pubblici.

APPUNTAMENTI PER RAGGIUNGERE VENEZIA INSIEME:

* ore 8:00 CASELLO DELL’AUTOSTRADA DI DESENZANO
Partenza collettiva in macchina.
Contatti Marco: 3397208233

* ore 8:00 STAZIONE FERROVIARIA DI PESCHIERA DEL GARDA
Partenza in treno che partirà alle 8:14.
Contatti Angelo: ‭3928687581‬

Durante il corteo faremo uno spezzone No Tav Brescia-Verona all’interno dello spezzone di tutte le realtà No Tav nazionali.

 

Appello 8 marzo No Tav, a Venezia contro il vertice Renzi-Hollande per la TORINO-LIONE

Nonostante le poche informazioni in merito, abbiamo appreso che l’8 marzo si svolgerà a Venezia un vertice bilaterale tra Italia e Francia per avviare l’iter parlamentare europeo di rettifica del protocollo di intesa sull’apertura dei cantieri per l’opera definitiva della TORINO-LIONE.

Stiamo parlando di un iter che è molto in ritardo rispetto alla tabella di marcia e che dovrà concludersi in sede europea entro fine dell’anno, a rischio ci sarebbero i soldi della UE a finanziamento dell’opera.
L’incontro bilaterale verterà anche su altri temi, tanti i progetti in discussione, ma soprattutto il loro percorso di finanziamento in sede europea.

Denari stanziati che, è bene non dimenticare, non sono il frutto del sudore di Renzi ed Hollande ma del nostro, degli europei, di chi lavora e di chi sopravvive a fatica nella crisi; ogni euro, insomma, destinato a quest’opera inutile e dannosa è sottratto a qualcosa di veramente utile per tutti e tutte.
Continuiamo infatti a parlare di un’opera che si è già rivelata un pozzo senza fondo, a partire dell’apertura del cantiere per il tunnel esplorativo a Chiomonte nel 2011, una sola galleria messa per traverso rispetto a quello che dicono sarà il tunnel vero e proprio che dovrebbe attraversare le Alpi. Un cantiere ad oggi attivo a fasi alterne nonostante le roboanti dichiarazioni, che devasta il territorio, inquina le nostre acque e la nostra aria e specula continuativamente sui costi.
Il tunnel di base che oggi appare ancora molto lontano, prevederebbe 2 gallerie lunghe 57 km mentre oggi quello “esplorativo” è arrivato a 4 km in 4 anni sugli 8 previsti (considerando la dichiarazione di apertura del cantiere). Tempi raddoppiati, costi aumentati; quello di Chiomonte, a conti fatti, si rivela il cantiere perfetto per imprenditori e governo: abbastanza lento, chissà se e quando finirà e nel frattempo continua a mangiare soldi pronti ad essere ridistribuiti a chi è dentro l’affare. C’è chi ringrazierà Renzi ed i suoi amici, ne siamo sicuri.
Nel 2012 andammo a Lione a contestare il vertice tra il nostro paese e quello francese e ricordiamo bene quella che fu l’accoglienza delle autorità francesi che con polizia e blocchi tentò di non farci raggiungere la città, inutilmente.
Pensiamo che la nostra presenza l’8 marzo a Venezia sia importante e ci stiamo organizzando per esserci.
Invitiamo tutti i No Tav e tutti i Comitati e le realtà attive sul territorio veneto e non solo a mobilitarsi insieme a noi, per continuare la battaglia più ampia per la difesa dei territori e contro le speculazioni dei governi italiano ed europeo.
Mentre intorno a noi, in questa ingiusta Europa, si chiudono frontiere e si alzano barriere, pensiamo che Renzi ed Hollande non meritino una vetrina immacolata per mostrare i loro disastri.
Ci vediamo a Venezia l’8 marzo!
Avanti No Tav!

L’otto marzo, lotto sempre! La resistenza continua nelle lotte di ieri e di oggi

Intensa ed emozionante la serata di ieri, che ha visto celebrare nel giusto modo questa giornata dedicata alle donne, non come festa ma come invito a proseguire nelle lotte di tutti i giorni.

Abbiamo voluto dedicare la serata a tutte quelle donne che nel loro piccolo, chi più chi meno, hanno dato e danno un contributo essenziale a questa società, ricordando questa importante componente dei movimenti partigiani e popolari dei nostri giorni.

Ma la lotta non si ferma alle parole e ai ricordi, e anche nella giornata di ieri centinaia di donne con coraggio e amore hanno portato avanti la loro battaglia. Le donne NO MOUS, ieri, in tante hanno manifestato contro quest’opera; queste coraggiose donne ieri hanno infranto il divieto della questura di mantenersi a 150 metri dal cancello apponendo sullo stesso steli di mimosa.
Una risposta decisa agli assurdi limiti della questura di Caltanissetta, da sempre incline a limitare fortemente il diritto di manifestare degli attivisti No Muos.
La giornata è terminata con un’azione molto forte: le donne hanno simbolicamente tagliato la rete della base, davanti agli occhi dei funzionari di polizia e celerini. Un’ulteriore azione che dimostra come il movimento No Muos, e in particolare la componente femminile, non intendano dare tregua ai “venditori di morte” , ai guerrafondai, a chi ha imposto la devastazione del territorio.
Libere da imposizioni “dall’alto”, metafora di una giornata non certo di festa ma di lotta, molte donne, anche ieri, hanno dimostrato un coraggio straordinario.

Riportiamo di seguito i testi letti durante la serata.

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LA RESISTENZA IERI

“Io che la guerra l’ho vissuta mi rivolgo alle donne, che capiscono le cose sempre prima degli uomini: educate i figli alla pace e battetevi contro tutte le guerre. Diffondete la Costituzione, noi l’abbiamo conquistata con la lotta di Liberazione, voi abbiatene cura perché solo così difenderete la Libertà e la Giustizia che ne sono fondamento. E ricordate che le donne sono nate per dare la vita e saranno sempre contro la guerra “.

Maria Lupatini, staffetta partigiana della 122esima Brigata Garibaldi, Croce di Guerra al merito, arrestata nel 1944, condannata a 2 anni di reclusione dal Tribunale speciale di Bergamo per associazione sovversiva. Imprigionata a Canton Mombello dal 12 dicembre ´44, fu liberata il 24 aprile´45 dai partigiani scesi in città. Nata a Berlingo nel 1914 e morta a Rovato il 30 gennaio 2015

Alla farfalla di nome Maria, Staffetta Partigiana

PEDALA MARIA IL RIFUGIO E’ LONTANO LA FRUTTA CHE PORTI NON CRESCE COL SOLE NON SENTE DI VENTO, DI TERRA, DI MARE. E’ FREDDA LA BUCCIA LA POLPA E’ D’ACCIAIO E SOLO IL CORAGGIO PUO’ FARLA BRILLARE. C’E’ UN POSTO DI BLOCCO IL CUORE TI BATTE PIU’ FORTE NEL PETTO OSTENTI UN SORRISO LI GUARDI NEGLI OCCHI PER NON DESTAR SOSPETTO IL TEDESCO TI CHIEDE: “ COS’HAI NELLA BORSA?” “ BOMBE A MANO” RISPONDI ACCENNI UN SORRISO E CONTINUI LA CORSA. MA APPENA LONTANA DALLO SGUARDO NEMICO TI FERMI UN ISTANTE A RIPRENDERE FIATO LE GAMBE CHE TREMANO ….. IL PEGGIO E’ PASSATO. PEDALA MARIA PEDALA PIU’ IN FRETTA TRA I BOSCHI IN MONTAGNA IL PARTIGIANO TI ASPETTA.

Dati dell’Associazione Nazionale dei Partigiani d’Italia sulla Resistenza e le Donne:
partigiane: 35.000
patriote: 20.000
gruppi di difesa: 70.000
iscritte arrestate/torturate: 4.653
deportate: 2.750
commissarie di guerra: 512
fucilate o cadute in combattimento: 2.900
medaglie d’Oro: 16
medaglie d’argento: 17

La Resistenza Bresciana:
Partigiane combattenti166
Patriote 109
Vittime civili 7
Vittime di rappresaglia 10

Ma i numeri sottostimano molto la partecipazione delle donne alla Resistenza italiana e bresciana. Una storia non ancora completamente narrata, “multiforme”, che raramente riguarda fatti militari, come nel caso di Santina Damonti, la Berta, staffetta di Verginella e di Speziale, che gira armata e partecipa alle azioni. Sono varie le forme “colorite” di lotta e gli strumenti usati, associati al femminile: la civetteria, come fa la Berta quando finge di flirtare col tedesco, per passare la sbarra di Gardone senza essere perquisita, o la sedicenne di Roè Volciano Elsa Pelizzari che, scoperta all’uscita di un deposito, dalla cui finestra ha passato delle coperte al fratello garibaldino, dichiara: “Ero venuta per iscrivermi alle ausiliarie”. L’ostentazione di debolezza, come fanno le valsabbine Carla Leali o Pina Prete, quando fingono di svenire per istrarre i fascisti in procinto di scovare un ricercato. L’uso della maternità per raggiungere lo scopo, come fa Maria Lonati di Botticino, che accende premurosa il fuoco per i fascisti, affinché non salgano la scala che li porterebbe a snidare il figlio Pietro (Spartaco). Strumenti connessi alla casalinghità, per cui infilano le bombe nei pani di burro o la pistola nel sacchetto della pasta (come la bresciana di adozione Bruna Scotti), stampano in casa i volantini di propaganda, mettono bombe o stampa clandestina nella borsa della spesa (come la bresciana Antonia Oscar, la bresciana di adozione Maria Pippan o la rovatese Maria Lupatini), spacciano le riunioni per incontri tra amiche, stendono la biancheria per avvisare di una retata, come le donne valtriumpline o valsabbine.
I contenuti attengono alla tutela dei più deboli, al dar da mangiare agli affamati, al rispetto per i morti, per cui Brigida Pasquini in Val Camonica, Anna Maria Venere a Rovato e Maria Boschi in Val Sabbia lavano con cura i volti insanguinati dei partigiani trucidati. E per cui la contessa Costanza Bettoni cura nottetempo nel suo palazzo bresciano, per metà requisito dalla X Mas, i partigiani feriti e paga il “riscatto” per i cadaveri, per dare loro una degna sepoltura.
Il numero di 35.000 partigiane italiane ufficiali induce quindi a sottostimare la presenza femminile nella Resistenza.
Alla fine della lotta armata, la stragrande maggioranza delle donne non si fece avanti per ritirare medaglie e riconoscimenti: perché l’attività di aiuto e di sostegno non è certificabile, ma anche perché il clima del dopoguerra, se non è stato benevolo con gli ex partigiani, lo è stato ancor meno con le donne.
Laura Cartella, di Gussago, dopo la liberazione fu allontanata dalla processione perché, le disse il monsignore, “andava con tutti”. E c’è chi ha continuato ad affibbiare a Maria Boschi, di Barghe, la rima “partigiana puttana”.
Non è però solo questione di ristretti ambienti, retrivi o bigotti, se è vero ciò che anche Beppe Fenoglio osserva: “con gli uomini sfilarono le partigiane, in abiti maschili, e qui qualcuno tra la gente cominciò a mormorare: Ahi, povera Italia! – perché queste ragazze avevano delle facce e un’andatura che i cittadini presero tutti a strizzar l’occhio. I comandanti, che su questo punto non si facevano illusioni, alla vigilia della calata avevano dato ordine che le partigiane restassero assolutamente sulle colline, ma quelle li avevano mandati a farsi fottere e si erano scaraventate in città.”

A tutte le donne (la poesia sulle donne di Alda Merini)
Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l’emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d’amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra
e innalzi il tuo canto d’amore.

 Bianca Paganini Mori
Eravamo proprio ragazze, allora. C’era un posto di blocco a La Foce, e un posto di blocco proprio a San Benedetto, e il bello è che in mezzo a questi posti di blocco noi giravamo impunemente. Bice, per esempio, che era impiegata a un pastificio di La Spezia, molto spesso la sera arrivava su con un camioncino sul quale c’erano farina e pasta, e faceva passare il posto di blocco, senza che nessuno dicesse niente, al camioncino con quella farina e quella pasta, che poi arrivavano in montagna. Ricordo che una volta io salii su con tre o quattro bombe a mano nella borsa, e la borsa me la portò un repubblichino. «Come pesa ‘sta borsa!» «Sa, ho trovato delle castagne, delle patate! » E me la portò lui, fino a casa. Altre volte scendevamo in città a prendere dei chiodi da mettere nelle strade in cui sarebbero passati gli automezzi dei fascisti e dei tedeschi. Attraverso i posti di blocco noi passavamo impunemente, perché ormai ci conoscevano.

Subito, intanto, durante la stessa mattinata, i soldati che erano nella vallata a 50, a 100 metri da noi, avevano cominciato a scappare: avevano saputo quello che stava succedendo: che i tedeschi caricavano e portavano via su camion i militari, prigionieri. E allora, bisogna che dica la verità, tutte le case del paese si aprirono: chi dava una camicia, chi un paio di scarpe, chi una giacca, chi un paio di calzoni a questi poveri ragazzi; e qualche soldo, anche, per il viaggio. Li si accompagnava per un tratto o gli si insegnava la strada dei boschi, affinché evitassero la strada principale. Cercammo tutti, immediatamente, di aiutarli. Mio fratello Alberto, il maggiore, era tenente degli alpini a Brunico. Il 9 settembre si trovò con l’ordine di bloccare il valico: aveva una mitragliatrice in mano e sei alpini. Pensò: «Da solo non ce la faccio». Vista la mala parata, scappò, come tutti quanti gli altri. Dapprima si unì a un gruppo di alpini e di ufficiali degli alpini nel Trentino. Poi però, sapendo che a casa c’erano quattro ragazzi con la mamma sola, cercò isperatamente di ritornare. Ci impiegò un mese, però ci riuscì. E immediatamente si mise in contatto con altre persone e gruppi di La Spezia che già conoscevamo, per esempio con il colonnello Fontana, non solo per non obbedire alla Repubblica di Salò, ma anche per organizzare una resistenza.

Gabriella Degli Esposti / Nome di battaglia Balella.
Nasce nel 1912 in un piccolo centro in provincia di Bologna ed è fucilata nel dicembre 1944. Aveva 32 anni Originaria di una famiglia contadina socialista, dopo l’8 settembre 1943 Gabriella, assieme al marito trasformò la propria casa in una base della Resistenza.
Nonostante fosse madre di due bambine piccole e fosse in attesa di un terzo figlio, partecipò ad azioni di sabotaggio e si impegnò anche nell’organizzazione dei primi Gruppi di Difesa della Donna.
Il 13 dicembre 1944, a seguito di un rastrellamento dei tedeschi, Gabriella Degli Esposti fu catturata da un gruppo diSS ; benché incinta, viene prima picchiata e poi minacciata di morte affinché rivelasse dove si trovava il marito.
Il 17 dicembre , Gabriella Degli Esposti e nove suoi compagni di prigionia sono trasportati sul greto del Panaro e giustiziati.
Prima di essere fucilata, Gabriella fu barbaramente seviziata: il suo cadavere viene ritrovato senza occhi, con il ventre squarciato e i seni tagliati.
La barbara uccisione di Gabriella induce molte donne della zona ad unirsi ai partigiani: è così che si costituisce il distaccamento femminile Gabriella Degli Esposti, forse l’unica formazione partigiana formata esclusivamente da donne.

Vandana Shiva
 “Ho più volte sostenuto che lo stupro della Terra e lo stupro delle donna sono intimamente connessi – sia metaforicamente, nel modo di cui si costruisce la visione del mondo, sia materialmente: nel modo in cui si costruiscono le vite quotidiane delle donne. (esiste una stretta) connessione tra lo sviluppo di politiche economiche violente ed inique, e l’aumento di crimini contro le donne. (…) L’idea di una crescita illimitata in un mondo limitato può mantenersi solo attraverso il furto delle risorse del debole da parte del potente. E il furto di risorse, essenziale per la crescita, crea una cultura dello stupro: lo stupro della terra, delle economie locali autosostenibili, lo stupro delle donne. (…) Dobbiamo cambiare il paradigma dominante: porre fine alla violenza contro le donne significa anche superare l’economia violenta a favore di economie pacifiche e non violente, capaci di rispettare le donne e il Pianeta”.

LA RESISTENZA OGGI

NO MUOS
Bella. Attraente. Sinuosa. Curvilinea. Magra. Scattante. Agile. Bruna, occhi accesi come due fuochi. Bionda e gli occhi chiari come i gatti. In ogni caso, bellezza tipicamente siciliana. Attenta. Decisa. Pronta ad agire. Battagliera e protettiva. Conciliante ed aggressiva. Tanti corpi, tante facce, tante chiome. Pensiero libero. Indipendente. Collettivo. Unitario. Un corpo snello e veloce, nonostante la complessità numerica. Basta una telefonata e subito parte l’allerta. Questa è la mamma No Muos quella che si batte contro il Mobile User Objective System. Così audace e ardita da bloccare alle porte della base americana gli automezzi che trasportano mezzi e persone, compresi ufficiali americani se necessario. Il console americano ci vuole incontrare? Che venga lui a Niscemi da noi! E il Console è andato.
Le mamme del comitato No Muos di Niscemi sono circa settecento. Dall’11 gennaio di quest’anno, quando hanno visto che la polizia caricava i ragazzi del presidio – figli o fratelli – sono impazzite e subito hanno detto un NO deciso e definitivo ai giochi di strapotere americano della base USA di Niscemi in provincia di Caltanissetta. Hanno voluto vedere. Hanno voluto capire.
E hanno visto il bosco – la sughereta – trasformato in un mostruoso deserto elettromagnetico, creato dagli americani a danno dell’ambiente e della salute pubblica.
Hanno visto le antenne ostentate nel cuore del bosco.
Hanno capito e hanno deciso di mettere i loro corpi come scudo, non più solo quelli dei ragazzi attivisti considerati “sporchi ragazzacci”. Ma i figli? Ma il marito? Ma la casa?
Tutto ok, ma la lotta è indispensabile.
D’accordo con i ragazzi si sono piazzate davanti al cancello della base per bloccare l’ingresso ai convogli americani che trasportano mezzi e personale.
A gruppi più o meno piccoli fanno i turni, – ininterrottamente – se necessario.
Obiettivo? La salvaguardia del loro territorio che da vent’anni è ostaggio degli americani che hanno deciso che da questa porzione di territorio devono mandare gli ordini militari – bellici – verso l’altra parte del mondo.

LE MAMME DI CASTENEDOLO
No, le mamme di Castenedolo non stanno ferme. Tanto che per conoscere meglio il territorio e le cause del forte impatto ambientale della zona tra il loro comune, Brescia e Montichiari hanno preso in prestito un aereo e armate di macchina fotografica e videocamera hanno deciso di documentare con i loro occhi quello che sta accadendo. “Avevamo bisogno di avere uno sguardo d’insieme, dall’alto, per capire le trasformazioni della nostra terra- racconta Rosa Cerotti volontaria del gruppo sempre in prima fila, che avevamo incontrato un anno fa, sotto la Loggia a Brescia, intenta a manifestare contro il PCB e a chiedere le bonifiche. “Abbiamo visto innanzitutto la bellezza del nostro territorio, per poi incontrare il tracciato della BREBEMI e la TAV – anche Castenedolo sarà interessato- la Cava Castella su cui pende un’autorizzazione per trasformarla in discarica, ma è allagata dall’acqua di falda che affiora. E abbiamo volato sull’inceneritore di Brescia, sulla centrale a carbone, fino ad arrivare a Montichiari, ma per limiti di sorvolo non abbiamo potuto riprendere l’area delle discariche” “L’emergenza ambientale e la pressione sulla salute la viviamo sulla nostra pelle: ci sono diversi bambini ammalati di tumore anche a Castenedolo- sottolinea Rosa- anche per questo non possiamo e dobbiamo fare finta di niente”.
Così le mamme non si fermano.
Partecipano attivamente alla vita del loro comune e propongono iniziative culturali e sociali per sensibilizzare la comunità. Il prossimo evento sarà con ogni probabilità una conferenza per discutere degli effetti dell’inquinamento sulla salute.
“Il nostro impegno continua ogni giorno, lottiamo per il benessere dei nostri bambini”.

NO TAV fino alla vittoria – Nicoletta Dosio
Si apre il cancello della centrale di Chiomonte davanti alla piccola auto . Per la prima volta, insieme a Marisa, Eleonora, Mario, Ezio, ripercorro la strada vietata da quel giugno del 2011 in cui fu messa in catene la libera repubblica della Maddalena .
Comincia il viaggio, in uno spazio che ci è stato sottratto, ma soprattutto nel tempo, nella memoria viva, che resiste.
Un viaggio che fa rabbiosamente male, ma che alimenta le radici di una lotta mai spenta.
Rivedo le vigne immerse nella dolce luce della mattina d’autunno. Dove c’era il presidio d’accoglienza ora stazionano macchine da guerra, garitte e figure in divisa.
Qualche vigna è stata abbandonata, l’agriturismo a metà strada appare malinconicamente chiuso.
In alto, tra alberi abbattuti, percorsi stradali cambiati, nuove reti e cancelli, si misura ancor meglio il degrado, la militarizzazione che avanza.
Ma ecco il piazzale della Maddalena, la cantina sociale ormai inaccessibile, il museo in stato d’abbandono : grandi macchie di umidità che invadono la facciata, infissi scrostati, incuria totale. Cerco invano il grande rosaio, la selva profumata di rose rosse che ci accoglieva, fino a quattro anni fa, e parlava di amore appassionato, di resistente bellezza.
Sono scomparsi, sostituiti da reti e muri, i grandi cespugli di lavanda il cui profumo riempiva le notti della libera repubblica.
Squallore, soldati, mezzi militari posteggiati sul retro, sopra il piccolo cimitero neolitico.
E dov’è la barricata Stalingrado?
Ora si criminalizza in tribunale quell’alba epica, nella quale le figlie e i figli della libera repubblica si prepararono a resistere contro l’esercito di luci blu avanzanti dall’autostrada. Allora nel cielo dell’alba splendeva l’ultima stella del mattino.
Contro le truppe infinite che sbucavano dalla galleria autostradale e avanzavano sul viadotto, noi avemmo chiaro il senso di quanto fosse superiore al loro apparato bellico la forza della nostra fratellanza, l’invincibile, commovente risorsa che ancora dura e ci dà vita, anche nei momenti più amari.
Ora sotto di noi si stende il cantiere: vi accediamo scortati, dopo la vestizione con casco, giubbotto fosforescente, stivaloni ferrati, mascherina contro le polveri e tappi antirumore.
Scendiamo in mezzo al marasma di edifici, pedane, montacarichi, silos, macchinari, vasconi, blindati, cemento mascherato di vernici verdi, bacini di acque torbide, riflettori, rotaie, cumuli di detriti: una realtà che di solito vediamo da lontano, oltre i muri, dall’alto dei nostri presidi resistenti, di cui si scorgono le bandiere e ci giunge l’ incoraggiamento di quanti sono venuti a condividere questa nostra esperienza di lotta.
Ancora ricordi: qui si dipanava, tra faggi e betulle , la vecchia stradina verso Giaglione.
Ed ecco il prato dove, con una giornata di festa popolare, erano stati messi a dimora migliaia di piccoli arbusti, ecco il pilone dell’autostrada su cui resiste il nostro murale.
Dove ora ci sono blindati, era sottobosco; qui scorreva un ruscello; qui, al posto del capannoneofficina e del piazzale d’asfalto, viveva il bosco dei castagni, giganti centenari che vidi estirpare ad uno ad uno in una primavera di nidi infranti, tra la disperazione degli uccelli.
Ma dove sono le casette sugli alberi, i tendoni del campeggio, quel villaggio di Asterix che visse un’ affollatissima estate?
Resiste la nostra piccola baita, il tetto ingombro di filo spinato, presidiata da figure in grigioverde: “area sotto sequestro, non ci si può avvicinare”; ma mi avvicino lo stesso, mi appoggio a quei muri che mi rispondono, vivi.
Dalla finestrella aperta, protetta da grate, rivedo l’interno e provo un tuffo al cuore: tra le sue mura il tempo si è fermato a quel tragico febbraio 2012 dello sgombero e della caduta di Luca dal traliccio.
Sul tavolo c’è ancora una bottiglia d’acqua, scatole di bicarbonato, stoviglie; gli scaffali ancora pieni di vasetti e provviste di cibo, immagazzinate per una resistenza che avevamo immaginato lunghissima.
Sulle pareti disegni di bambini, un calendario, fogli ingialliti, la stufetta allora sempre incandescente, ma non abbastanza per vincere il freddo delle notti stellate di Clarea. Di fianco alla piccola baita resiste un magro ciliegio, precario superstite del mare verde che si stendeva lungo il pendìo e diventava bosco di betulle, là dove ora si apre la bocca del tunnel.
Quella bocca ci inghiotte, sul trenino che ci porta nel ventre dell’antica frana, lungo il chilometro di galleria in fondo a cui si acquatta la trivella.
“ Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente…” i versi danteschi mi martellano in testa mentre procediamo tra sbalzi e rumori in “quell’aria sanza tempo tinta”.
L’accompagnatore di Ltf magnifica il lavoro svolto, minimizza i rischi, risponde alle domande tecnicamente ferrate di Mario; ma dicono altro lo squallore del luogo, l’estraneità triste degli sparuti operai (non più di quattro) che intravvediamo lungo il percorso, le fenditure della roccia inchiavardata, l’acqua che a un certo punto gocciola dalla volta e corre sotto i nostri piedi in un fossatello di acqua limpida: il sangue della terra svenata. La “talpa Gea” non sta lavorando; percorriamo a piedi parte dei suoi 200 metri, essenzialmente una pedana metallica su cui stanno armadietti, quadri elettrici, rotaie, tubi di ogni dimensione, il tutto pieno di polvere e di ruggine precoce. Non vediamo la grande testa della trivella. Il sopralluogo è terminato, il trenino riparte all’indietro. Ritroviamo il piazzale, lo squallore del deserto armato.
Guardo verso le montagne, i boschi che si stendono in alto, lungo la Clarea; vedo, sopra il cantiere, il giardino NO TAV : il piccolo prato sembra di velluto fiorito, sventolano le bandiere, sorridono i volti cari di compagne e compagni con cui condividiamo vita e lotta. Questa giornata non può finire nel clima fittizio e vischioso di una visita di cortesia.
Incatenarsi per dire la quotidianità di una popolazione cui è negato diritto e parola, le catene di un lavoro che non è lavoro, di un sistema che si fa devastazione sociale, ambientale, economica, culturale; e denunciare il carcere dei nostri figli, la militarizzazione delle nostre vite.
A questo punto l’atmosfera di falsa cortesia va in pezzi, la repressione ritorna repressione, i cortesi funzionari parlano con la voce del tribunale, spuntano le telecamere dell’inquisizione, partono gli insulti massmediatici dei pennivendoli di regime.
Ma più forte delle loro minacce è la canzone NO TAV che giunge di lontano e porta l’eco di tante lotte, da tante parti del mondo.
Mi sento libera e felice, sicura che presto vinceremo.
I popoli in rivolta scrivono la storia. NO TAV fino alla vittoria.

No Tav Brescia – Alessandra Zanini
Sentiamo spesso parlare dai media nazionali di violenza legata al movimento NO TAV, ma pochi raccontano quale sia invece la ben più devastante violenza del TAV.
Violenza è imporre un opera inutile e dannosa, è espropriare, è non informare le persone dei rischi a cui sono sottoposti.
Violenza è distruggere, è inquinare, è mettere a serio rischio la salute delle persone.
C’è poi la brutalità delle forze dell’ “ordine” che devono garantire il sopruso con manganellate, lacrimogeni, e impedendo che la popolazione possa agire in qualsiasi modo. e questo vi sembra lontano da noi, la realtà è che non è così.
Violenza non sono solo le manganellate della polizia, violenza è anche arrivare davanti a quella che è stata casa mia per 26 anni e non potermi avvicinare liberamente perchè bloccata dalle forze dell’”ordine”, privandomi in questo modo di alcuni diritti solo perchè esprimo un ideale.
Violenza è vedere la mia casa, stanza per stanza, essere abbattuta, senza un motivo valido, senza rispetto alcuno. Stanza per stanza, sono stata privata della mia intimità di casa, sono stata derubata dei miei ricordi.
Violenza è vedere una ruspa sradicare senza pietà un albero che è cresciuto con me, nel mio giardino e vederlo portar via da un camion, vedendo solo qualche foglia in lontananza sbucare ed allontanarsi per sempre. Questa per voi non è violenza?
E di fronte a tutto questo la violenza che viene attribuita ai NO TAV altro non è che difesa: tutela della propria terra, dei propri ideali e del futuro contro la violenza che viene praticata nella costruzione di quest’opera.
E non c’è altro da dire: la violenza è proprio la ragione di chi ha torto e questa ne è la dimostrazione.
Ma quello che loro non sanno è che un ideale non si abbatte, e la violenza che continuano a perpetuare creerà solo condivisione e solidarietà.

 

Maria Soledad Rosas  (Sole)
Soledad giunge in Italia nel giugno 1997 senza essersi mai interessata di politica, ma secondo l’accusa nel giro di 4 mesi si sarebbe convertita all’anarchismo e sarebbe immediatamente diventata l’esponente di un’organizzazione eversiva clandestina operante in una zona di cui ignorava persino l’ubicazione (tra l’altro alcuni sabotaggi sarebbero avvenuti quando lei era ancora in Argentina). Soledad si rende conto di essere vittima di una vera e propria congiura. Il suo stato di prostrazione peggiora dopo la morte di Baleno, con cui aveva iniziato una relazione.

Sabato 11 luglio anche Maria Soledad Rosas (Sole) muore suicida impiccandosi con le lenzuola al tubo della doccia nei locali della comunità Sottoiponti di Benevagienna dove era tenuta agli arresti domiciliari.

Questa è una sua lettera scritta al movimento anarchico

Compagni la rabbia mi domina in questo momento. Io ho sempre pensato che ognuno è responsabile di quello che fa, però questa volta ci sono dei colpevoli e voglio dire a voce molto alta chi sono stati quelli che hanno ucciso Edo: lo Stato, i giudici, i magistrati, il giornalismo, il T.A.V., la Polizia, il carcere, tutte le leggi, le regole e tutta quella società serva che accetta questo sistema. oi abbiamo lottato sempre contro queste imposizioni e’ per questo che siamo finiti in galera. La galera e’ un posto di tortura fisica e psichica, qua non si dispone di assolutamente niente, non si può decidere a che ora alzarsi, che cosa mangiare, con chi parlare, chi incontrare, a che ora vedere il sole. Per tutto bisogna fare una “domandina”, anche per leggere un libro. Rumore di chiavi, di cancelli che si aprono e si chiudono, voci che non dicono niente, voci che fanno eco in questi corridoi freddi, scarpe di gomma per non fare rumore ed essere spiati nei momenti meno pensati, la luce di una pila che alla sera controlla il tuo sonno, posta controllata, parole vietate. Tutto un caos, tutto un inferno, tutto la morte.
Così ti ammazzano tutti i giorni, piano piano per farti sentire più dolore, invece Edo ha voluto finire subito con questo male infernale. Almeno lui si e’ permesso di avere un ultimo gesto di minima liberà, di decidere lui quando finirla con questa tortura.
Intanto mi castigano e mi mettono in isolamento, questo non solo vuol dire non vedere nessuno, questo vuol dire non essere informata di niente, non avere nulla neanche una coperta, hanno paura che io mi uccida, secondo loro il mio e’ un isolamento cautelare, lo fanno per “salvaguardarmi” e così deresponsabilizzarsi se anche io decido di finire con questa tortura.
Non mi lasciano piangere in pace, non mi lasciano avere un ultimo incontro con il mio Baleno. Ho per 24 ore al giorno, un’agente di custodia a non più di 5 metri di distanza.
Dopo quello che e’ successo sono venuti i politici dei Verdi a farmi le condoglianze e per tranquillizzarmi non hanno avuto idea migliore che dirmi: “adesso sicuramente tutto si risolverà più in fretta, dopo l’accaduto tutti staranno dietro al processo con maggiore attenzione, magari ti daranno anche gli arresti domiciliari”.
Dopo questo discorso io ero senza parole, stupita, però ho potuto rispondere se c’è bisogno della morte di una persona per commuovere un pezzo di merda, in questo caso il giudice.
Insisto, in carcere hanno ammazzato altre persone e oggi hanno ucciso Edo, questi terroristi che hanno la licenza di ammazzare.
Io cercherò la forza da qualche parte, non lo sò, sinceramente non ho più voglia, però devo continuare, lo farò per la mia dignità e in nome di Edo.
L’unica cosa che mi tranquillizza sapere e’ che Edo non soffre più. Protesto, protesto con tanta rabbia e dolore.

Sole

P.S. Se mettermi in carcere vuol dire castigare una persona, mi hanno già castigata con la morte o meglio con l’assassinio di Edo. Oggi ho iniziato lo sciopero della fame, chiedendo la mia libertà e la distruzione di tutta l’istituzione carceraria.
La condanna la pagherò tutti i giorni della mia vita

DONNE: LA RESISTENZA CONTINUA – Nelle lotte di ieri e di oggi – serata 8 marzo

In occasione dell’ 8 marzo vogliamo ricordare tutte quelle donne che hanno dato e danno tutt’oggi un contributo inestimabile alla nostra società.
Perché quando ci sono delle lotte, dei motivi importanti per cui ribellarsi, quando ne vade il benessere e il futuro di tutti e tutte ognuno di noi ha un ruolo essenziale.
Tutti nel nostro piccolo possiamo fare la differenza.
E così l’8 marzo, in occasione e della festa della donna, festeggiamo tutte le donne che in passato e ancora oggi fanno la differenza, combattendo con amore e orgoglio per difendere il futuro di tutte e tutte noi.

ore 19:00 APERICENA VEGAN
di autofinanziamento per il Comitato No Tav Brescia
Prezzo popolare 5 euro (bere + mangiare)

ore 20:00 LETTURE DI DONNE E RESISTENZA
letture di testi di donne che hanno fatto e fanno la resistenza, dalle lotte partigiane al movimento No Tav e No Mous, con accompagnamento musicale

ore 21:30 CONCERTI
* KAMAL: cantautore camuno eco compatibile, equo solidale, ma soprattutto biodegradabile
https://www.facebook.com/kamalikus/info?tab=page_info

* IGNARI: rock artigianale bresciano
https://www.facebook.com/ignari.brescia/timeline

DOMENICA 8 MARZO
C.S. 28 MAGGIO, Via Europa 54 – Rovato (BS)

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