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TAV: INFILTRAZIONE MAFIOSA ANCHE A BRESCIA

LA MINACCIA DELLE INFILTRAZIONI DELLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA NELLA FILIERA TAV PIÙ SUBDOLA E PERICOLOSA DELLE PROTESTE VIOLENTE REVOCA DI DUE COMMESSE PER OLTRE 5 MILIONI DI EURO ANCHE IL TAR CONFERMA LA MISURA DELLE PREFETTURE

Non c’è solo l’emergenza delle proteste violente a minacciare la Tav. Più subdola e potenzialmente pericolosa è l’insidia rappresentata dalla criminalità organizzata. Ma sul super treno sembra proprio non esserci posto per le holding mafiose.

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Attorno ai contestati e controversi maxi cantieri dell’Alta velocità ferroviaria sta prendendo forma uno scudo invisibile ma invalicabile per impedire le infiltrazioni criminali in un’opera da 3 miliardi di euro, un investimento troppo imponente per non stimolare l’appetito di cosche, n’drine e clan camorristici. E le maglie strette dall’opera coordinata di prevenzione promossa dalla Direzione investigativa antimafia di Milano e delle prefetture di Brescia e Bergamo, hanno fatto le prime «vittime». Una serie di indizi che fanno paventare il rischio di infiltrazioni mafiose sono costati a un’impresa edile della provincia di Parma, due subappalti, uno già assegnato e uno in corso di trattativa per l’assegnazione, legati alla realizzazione del tratto Treviglio-Brescia della Tav. Due «commesse» pesanti: una da 2,3 milioni per la realizzazione di piazzali di campi base e operativi nell’Ovest bresciano. L’altra da 2,8 per opere sul tracciato della linea ferroviaria. La risoluzione unilaterale del rapporto di lavoro decisa dal Cepav2 era stata impugnata dall’impresa davanti al Tar di Brescia che ha respinto il ricorso. L’esclusione dai sub appalti era basata su due informative antimafia atipiche emesse dalle prefetture. Le informative antimafia atipiche sono una sorta di istruttoria sulle ditte impegnate in mega infrastrutture. Si controllano i certificati antimafia, le partecipazioni in altre società e persino eventuali legami di parentela, anche lontanissimi o acquisiti, con boss di mafia, ‘ndrangheta o camorra di impresari, tecnici e addetti. Se dalla verifica, solitamente affidata alla Dia e alla Guardia di finanza, emerge anche solo un lontanissimo «tanfo» di collusione con la criminalità, l’impresa finisce nella black list, e con un provvedimento interdittivo viene messa fuori gioco ed esclusa dai lavori o dalle forniture di materiale. Nel caso dell’impresa parmense, a far scattare il provvedimento sono stati una serie di indizi. In primo luogo la circostanza che l’amministratore unico napoletano, incensurato (nel frattempo rimpiazzato), «è stato – si legge sulla sentenza del Tar – indagato tra il 2000 e il 2002 dai carabinieri di Cefalù nell’ambito dell’operazione Caronte per concorso esterno in associazione mafiosa». Un altro episodio considerato significativo per l’emissione dell’informativa antimafia atipica è legato ad un incendio doloso avvenuto nel cantiere Tav a Modena: qui due mezzi di lavoro dell’impresa erano stati dati alle fiamme. Il quadro per l’azienda parmense si è aggravato ulteriormente quando è emerso che in passato aveva creato un’associazione temporanea d’imprese con un partner a sua volta sospettato di collegamenti con la criminalità organizzata «Ciascuno di questi episodi – scrive il Tar nella sua sentenza – potrebbe essere ridimensionato, se valutato isolatamente. Non è possibile però trascurare la rilevanza dell’insieme nelle informative antimafia. L’accumulo di indizi è un metodo legittimo e può fondare un giudizio negativo circa l’affidabilità morale dell’impresa».

 

Tratto da: bresciapoint.it

Tav/Tac: quel Corridoio 5 che non esiste e che non esisterà mai

Circa un anno fa, il governatore del Piemonte, Roberto Cota, non so se consciamente o meno, pronunciò una frase che denunciava tutta l’inutilità del Tav: “la Tav rappresenta un’apertura psicologica all’Europa”. Forse per stimolare i neuroni europei  si potrebbe spendere decisamente di meno di quello che si è disposti a spendere per l’opera inutile, ma passiamo oltre.

Mi è venuta alla mente questa frase nel momento in cui ho finito di leggere un libro che tutti i soloni che sostengono aprioristicamente o con presunte buone ragioni il Tav/Tac, dovrebbero leggere. Il libro è “Binario morto” , di Andrea Debenedetti e Luca Rastello.

I due giornalisti hanno fatto quello che molti di noi hanno solo pensato: verificare lo stato dell’arte delCorridoio 5, quel famoso corridoio ferroviario ad alta velocità per le merci che da Lisbona dovrebbe raggiungere Kiev.

Innanzitutto, ecco che i nostri due viaggiatori hanno scoperto che anche ammesso e non concesso che si realizzasse il famoso corridoio, esso non partirebbe più da Lisbona (perché i portoghesi, che hanno un più di sale in zucca di noi, vi hanno rinunciato per gli alti costi), bensì da Algesiras, nel sud della Spagna.

Qui altra sorpresa: non è in programma nessuna nuova linea, bensì un ammodernamento di quella esistente, e solo comunque per trasportare passeggeri e non merci.

Così come pure è dedicata ai passeggeri la linea già esistente Madrid – Siviglia.

Nessun collegamento è previsto da Barcellona per superare i Pirenei, e, dato lo stato comatoso dell’economia iberica, è ben difficile prospettare che si realizzerà mai. Neppure ovviamente esiste al di là dei Pirenei, dai cugini francesi.

Passiamo al tratto italiano. L’alta velocità raggiungerà forse Brescia nel 2015 per celebrare quell’ulteriore spreco di pubblico denaro che è l’Expo, ma dopo Brescia e fino al confine sloveno è la palude. Nessun progetto approvato, nessuna intenzione di Rfi di intervenire economicamente, sogni irrealizzabili, quale quello di transitare sotto il Carso, che solo una mente malata potrebbe concepire con tutta l’acqua sotterranea che c’è (non per niente si parla di “fenomeno carsico”). E questo con buona pace della Serracchiani, nuovo governatore del Friuli, che, rappresentando il nuovo che avanza nel Pd, è da sempre favorevole all’alta velocità.

In Slovenia, l’alta velocità, intesa come collegamento con l’Italia, è stata archiviata definitivamente. Nessun interesse al riguardo, piuttosto l’interesse per una linea nord-sud, dove effettivamente transitano merci e passeggeri. Ma si tratterà di un ammodernamento dell’esistente per poter raggiungere una “velocità alta” per i treni, e non già di una nuova linea ad alta velocità.

Entrando in Ungheria, ci si accorge che si vuole puntare sulle autostrade e non sulla ferrovia: chi l’ha detto che il Corridoio 5 debba essere per forza realizzato con una nuova linea per treni ad alta velocità?

Infine, in Ucraina, la linea c’è già. Da Leopoli a Kiev: 541 chilometri che vengono percorsi alla media di 108,2 km/h…

Eppure se si guarda il sito di Rfi dedicato all’alta velocità/alta capacità si legge che lo scopo del nostro progetto è quello di “Aumentare la quantità e la qualità e dell’offerta ferroviaria italiana e l’ integrazione con la rete europea”.

Qualcuno potrebbe dire: “ma ci sei o ci fai?”.

Tratto da: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/07/tavtac-quel-corridoio-5-che-non-esiste-e-che-non-esistera-mai/585761/