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VAL SUSA: la marcia no tav rompe i divieti e fa cadere reti e barriere con l’orgoglio!

11233809_10206201500029249_4666680434660119033_oLa giornata appena conclusa è stata una giornata decisamente positiva. Abbiamo pensato e organizzato la manifestazione per rimetterci in marcia verso il cantiere, tutti insieme, con la determinazione che appartiene al nostro dna notav. Ci siamo trovati a Exilles con l’ottusità della prefettura e della questura che ancora una volta ha deciso di cancellare il diritto alla libera circolazione in Valsusa, piegato ai voleri e agli affari del sistema tav e alla cricca delle grandi opere. Prescrizioni e divieti che ci dovevano impedire di percorrere le strade della nostra terra oggi e magari chiedere “permesso?” per spostarci domani.

Fin dal mattino presto abbiamo capito che oggi il popolo no tav non avrebbe accettato divieti e con le propie forze avrebbe tentato l’impossibile per andare fino al cantiere. Così tra colori, sorrisi e bandiere non abbiamo osservato, uno dopo l’altro, i divieti che ci erano stati imposti e in migliaia siamo partiti dal Forte di Exilles per arrivare fino al punto più vicino al cantiere: i cancelli della centrale di Chiomonte.

Tutti insieme siamo andati fino a dove ci è stato possibile e come ci eravamo prefissati, abbiamo tentato di superare gli sbarramenti con un mix di partecipazione che ci caratterizza: giovani e meno giovani, come sempre. Qui un gruppo di noi ha provato il passo in più e ha tentato di agganciare i betadefence con i rampini per tentare di farli cadere. Non è stato possibile, una pioggia di lacrimogeni ha tempestato le prime file e le retroguardie del corteo, facendoci indietreggiare.

“Ci copriamo il volto per farci vedere” ha affermato una volta il popolo zapatista, e anche noi abbiamo dovuto fare lo stesso. Troppo alto il prezzo pagato in questi due anni per difendere la nostra terra per andare a volto scoperto incontro al momento in cui era necessario tentare di spostare le barriere poste in serata. Troppi i sacrifici chiesti ai notav in questi anni per essere riconosciuti facilmente dagli inquirenti per non usare kway e maschere antigas. Ed è qui che la cronaca poliziesca e giornalistica ha visto i “black bloc” con cui hanno composto titoli e articoli di queste ore. Lo dicemmo nel 2011, qui non ci sono nè black nè bloc, ci sono giovani e meno giovani che si attrezzano con abiti a basso costo per praticare la resistenza. Il nero è il colore che va per la maggiore tra questi capi, vorrà dire che la prossima volta cambieremo colore se potrà servire.

Una volta ritirati, il corteo è rimasto unito e in marcia, si è diretto a Chiomonte per riposarsi dopo la mattinata di fatica sotto il solo, e doopo un’ora di ristoro ha ripreso la marcia verso il cantiere passando dal paese di Chiomonte, scendendo per i tornanti che dal paese portano verso la centrale idroelettrica. Qui dopo una lunga battitura, con dei rampini e delle corde sono caduti come in un soffio di vento i betadefence posti sul ponte, e per una manciata di minuti le truppe di occupazione, che poco prima ci osservavano con disprezzo dalle reti , si sono trovate in difficoltà.

Uniti e compatti abbiamo tenuto il tempo necessario e nel frattempo un gruppo di notav riusciva ad entrare nel cantiere passando da un sentiero secondario, piombando nella zona definitiva inviolabile. Con orgoglio, come ci eravamo prefissati, siamo rientrati in paese, soddisfatti e contenti per aver dimostrato ancora una volta che ci siamo e che, una battaglia alla volta, fermeremo questo scempio.

Non potevamo non pensare a come, mentre a Ventimiglia per uomini e donne in cerca di futuro le frontiere siano chiuse e come invece qui nella nostra valle, le frontiere per le merci (che non ci sono) vengano spalancate da tunnel e difese da eserciti di polizia.

Non potevamo non pensare a come ogni euro speso per quest’oscenità sia un euro rubato a qualcosa di utile per tutti.

Non potevamo e non lo abbiamo fatto. Ci abbiamo messo coraggio, cuore e tenacia, e ci abbiamo provato portando a casa una buona giornata di lotta.

Nel tardo pomeriggio arriva poi la ripicca della questura, che evidentemente in imbarazzo per le reti cadute in un soffio, si vendica fermando il furgone dell’amplificazione mettendo in stato di fermo (nel momento in cui scriviamo) due notav, Brandua e Gianluca, che vogliamo liberi qui tra di noi (aggiornamento: sono stati rilasciati intorno alle 3 di notte con una denuncia) .

Avanti notav, la resistenza si fa un passo alla volta!

 

VAL SUSA – 28/6: MARCIA NO TAV AL CANTIERE DI CHIOMONTE DI NUOVO TUTTI E TUTTE INSIEME!

 

mani28-6Con un solo metro di Tav si potrebbero comprare 3 ambulanze nuove, con 100 metri di Tav si potrebbero mettere in sicurezza decine di scuole, con meno di un Km. di Tav reparto maternità di Susa non solo non chiuderebbe ma potrebbe essere potenziato l’intero ospedale.
Bastano questi numeri per motivare l’iniziativa di domenica 28-Giugno-a-Chiomonte.
Ci troviamo di fronte a una situazione paradossale: da un lato i governanti tagliano servizi sociali fondamentali come la sanità (in Valle lo sappiamo bene), o la scuola, con l’ennesima riforma che va a colpire il corpo insegnati e di conseguenza i nostri figli che avranno una formazione scolastica-sempre più-approssimativa.
Dall’altro ci troviamo un cantiere divoratore di soldi pubblici per un’opera la cui inutilità è sotto gli occhi di tutti, confermata poche settimane fa dai dati sul traffico merci. (Cfr-Alpinfo–13–maggio–2015 )
Abbiamo il diritto/dovere di fermare questa voragine mangiasoldi e chiedere di dirottare quelle risorse dove servono veramente: tenere aperti e potenziare gli ospedali; garantire un istruzione per tutti in scuole sicure; mettere in sicurezza un territorio sempre più fragile. Richieste di buon senso che troppo spesso si scontrano con politici e affaristi senza scrupoli.
E allora è fondamentale farci sentire ancora e ancora.
Alla moda nostra. Con determinazione e fantasia.
Domenica 28 a Chiomonte non si può mancare.
Non si tratta di difendere solo il nostro territorio da uno scempio ambientale, ma di difendere quello che è il futuro di tutti: nostro e dei nostri figli.
Abbiamo sempre detto che fermarlo è possibile, ma è possiamo farlo solo se saremo tanti e uniti.

APPUNTAMENTO AL PIAZZALE DEL FORTE DI EXILLES ORE 10 – SI PRANZA AL SACCO!

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Più forte delle loro minacce è la canzone No Tav – il racconto di Nicoletta

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Si apre il cancello della centrale di Chiomonte davanti alla piccola auto . Per la prima volta, insieme a Marisa, Eleonora, Mario, Ezio, ripercorro la strada vietata da quel giugno del 2011 in cui fu messa in catene la libera repubblica della Maddalena .

Comincia il viaggio, in uno spazio che ci è stato sottratto, ma soprattutto nel tempo, nella memoria viva, che resiste. Un viaggio che fa rabbiosamente male, ma che alimenta le radici di una lotta mai spenta.

Rivedo le vigne immerse nella dolce luce della mattina d’autunno. Dove c’era il presidio d’accoglienza ora stazionano macchine da guerra, garitte e figure in divisa. Qualche vigna è stata abbandonata, l’agriturismo a metà strada appare malinconicamente chiuso.

In alto, tra alberi abbattuti, percorsi stradali cambiati, nuove reti e cancelli, si misura ancor meglio il degrado, la militarizzazione che avanza.

Ma ecco il piazzale della Maddalena, la cantina sociale ormai inaccessibile, il museo in stato d’abbandono : grandi macchie di umidità che invadono la facciata, infissi scrostati, incuria totale. Cerco invano il grande rosaio, la selva profumata di rose rosse che ci accoglieva, fino a quattro anni fa, e parlava di amore appassionato, di resistente bellezza. Sono scomparsi, sostituiti da reti e muri, i grandi cespugli di lavanda il cui profumo riempiva le notti della libera repubblica. Squallore, soldati, mezzi militari che posteggiano sul retro, sopra il piccolo cimitero neolitico.

E dov’è la barricata Stalingrado? Ora si criminalizza in tribunale quell’alba epica, nella quale le figlie e i figli della libera repubblica si prepararono a resistere contro l’esercito di luci blu avanzanti dall’autostrada. Allora nel cielo dell’alba splendeva l’ultima stella del mattino. Contro le truppe infinite che sbucavano dalla galleria autostradale e avanzavano sul viadotto, noi avemmo chiaro il senso di quanto fosse superiore al loro apparato bellico la forza della nostra fratellanza, l’invincibile, commovente risorsa che ancora dura e ci dà vita, anche nei momenti più amari.

Ora sotto di noi si stende il cantiere: vi accediamo scortati, dopo la vestizione con casco, giubbotto fosforescente, stivaloni ferrati, mascherina contro le polveri e tappi antirumore.

Scendiamo in mezzo al marasma di edifici, pedane, montacarichi, silos, macchinari, vasconi, blindati, cemento mascherato di vernici verdi, bacini di acque torbide, riflettori, rotaie, cumuli di detriti: una realtà che di solito vediamo da lontano, oltre i muri, dall’alto dei nostri presidi resistenti, di cui si scorgono le bandiere e ci giunge l’ incoraggiamento di quanti sono venuti a condividere questa nostra esperienza di lotta.

Ancora ricordi: qui si dipanava, tra faggi e betulle , la vecchia stradina verso Giaglione. Ed ecco il prato dove con una giornata di festa popolare, erano stati messi a dimora migliaia di piccoli arbusti, ecco il pilone dell’autostrada su cui resiste il nostro murale. Dove ora ci sono blindati era sottobosco; qui scorreva un ruscello; qui, al posto del capannone-officina e del piazzale d’asfalto, viveva il bosco dei castagni, giganti centenari che vidi estirpare ad uno ad uno in una primavera di nidi infranti, tra la disperazione degli uccelli.

Ma dove sono le casette sugli alberi, i tendoni del campeggio, quel villaggio di Asterix che visse un’ affollatissima estate ?

Resiste la nostra piccola baita, il tetto ingombro di filo spinato, presidiata da figure in grigioverde: “area sotto sequestro, non ci si può avvicinare”; ma mi avvicino lo stesso, mi appoggio a quei muri che mi rispondono, vivi. Dalla finestrella aperta, protetta da grate, rivedo l’interno e provo un tuffo al cuore: tra le sue mura il tempo si è fermato a quel tragico febbraio 2012 dello sgombero e della caduta di Luca dal traliccio. Sul tavolo c’è ancora una bottiglia d’acqua, scatole di bicarbonato stoviglie; gli scaffali ancora pieni di vasetti e provviste di cibo, immagazzinate per una resistenza che avevamo immaginato lunghissima. Sulle pareti disegni di bambini, un calendario, fogli ingialliti, la stufetta allora sempre incandescente, ma non abbastanza per vincere il freddo delle notti stellate di Clarea. Di fianco alla piccola baita resiste un magro ciliegio, precario superstite del mare verde che si stendeva lungo il pendìo e diventava bosco di betulle, la dove ora si apre la bocca del tunnel.

Quella bocca ci inghiotte, sul trenino che ci porta nel ventre dell’antica frana, lungo il chilometro di galleria in fondo a cui si acquatta la trivella.

“ Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente…” i versi danteschi mi martellano in testa mentre procediamo tra sbalzi e rumori in “quell’aria sanza tempo tinta”.

L’accompagnatore di Ltf magnifica il lavoro svolto, minimizza i rischi, risponde alle domande tecnicamente ferrate di Mario; ma dicono altro lo squallore del luogo, l’estraneità triste degli sparuti operai (non più di quattro) che intravvediamo lungo il percorso, le fenditure della roccia inchiavardata, l’acqua che a un certo punto gocciola dalla volta e scorre sotto i nostri piedi in un fossatello di acqua limpida: il sangue della terra svenata. La “talpa Gea” non sta lavorando; percorriamo a piedi parte dei suoi 200 metri, essenzialmente una pedana metallica su cui stanno armadietti, quadri elettrici, rotaie, tubi di ogni dimensione, il tutto pieno di polvere e di ruggine precoce. Non vediamo la grande testa della trivella.

Il sopralluogo è terminato, il trenino riparte all’indietro. Ritroviamo il piazzale, lo squallore del deserto armato.

Guardo verso le montagne, i boschi che si stendono in alto, lungo la Clarea; vedo, sopra il cantiere, il giardino NO TAV : il piccolo prato sembra di velluto fiorito, sventolano le bandiere, sorridono i volti cari di compagne e compagni con cui condividiamo vita e lotta.

Questa giornata non può finire nel clima fittizio e vischioso di una visita di cortesia.

Incatenarsi per dire la quotidianità di una popolazione cui è negato diritto e parola, le catene di un lavoro che non è lavoro, di un sistema che si fa devastazione sociale, ambientale, economica, culturale; e denunciare il carcere dei nostri figli, la militarizzazione delle nostre vite.

A questo punto l’atmosfera di falsa cortesia va in pezzi, la repressione ritorna repressione, i cortesi funzionari parlano con la voce del tribunale, spuntano le telecamere dell’inquisizione, partono gli insulti massmediatici dei pennivendoli di regime.

Ma più forte delle loro minacce è la canzone NO TAV che giunge di lontano e porta l’eco di tante lotte, da tante parti del mondo.

Mi sento libera e felice, sicura che presto vinceremo.

I popoli in rivolta scrivono la storia. NO TAV fino alla vittoria.