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Turisti e lavoratori: siete pronti a dire addio alle bellezze e a tanti posti di lavoro del Garda? Noi NO ed è per questo che sabato saremo in piazza!

La marcia NO TAV di questo sabato si svolgerà a Desenzano del Garda e ovviamente il luogo scelto non è stato voluto per caso.
Il Garda, il più grande lago italiano, è la terza località turistica italiana più frequentata, e solo a Desenzano i posti di lavoro nel reparto turistico-commerciale e attività collegate, come certifica l’Unioncamere di Milano, si contano in 2.500 addetti.

Un turismo che negli anni non è solo cresciuto nei numeri (a Desenzano del Garda le presenze turistiche sono passate
dalle 425.000 del 1995 alle attuali 850.000) ma si è evoluto e raffinato, interessando non solo la fascia rivierasca, ma anche le vicine colline moreniche.

Un unico territorio, che integrandosi  armonicamente, offre non solo
a chi ci vive, ma anche al turista:
bellezze naturali, del lago e del suo entroterra, ricco di colline vista lago, verde, borghi antichi, zone umide e fiumi, da apprezzare anche in sella ad una bicicletta;
storia, non sono solo i luoghi del risorgimento italiano, ma anche dell’epoca romana (chi non conosce le grotte di Catullo?), abitati fin dall’età del bronzo. A Desenzano del Garda è stato rinvenuto l’aratro più antico del mondo, proprio a due passi da dove qualcuno ha deciso passi il TAV;
cultura, e ciò che offre viene completato dalle vicine città d’arte Verona e Mantova, e da Brescia con i suoi musei e le sue mostre;
agricoltura, come la viticoltura del Lugana doc, che non solo produce prodotti rinomati in tutto il mondo ma alimenta la filiera del “chilometro zero”.

Oggi anche chi giunge da lontano per godere di tutto questo, può arrivare a Desenzano e Peschiera del Garda scendendo, nelle importanti stazioni di queste due cittadine, da treni veloci a lunga percorrenza quali i “Frecciabianca”.
La costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità tra Brescia e Verona arrecherà a questo territorio immensi danni: saranno demolite cascine secolari, stalle, cantine, agriturismi, estirpati pregiati vigneti, la viabilità sarà sconvolta, tagliando i collegamenti tra il lago e il suo entroterra, e il paesaggio deturpato: quale panorama verrà offerto allo sguardo di chi salirà sulla sommità della torre monumentale di San Martino della Battaglia, quando il cantiere TAV sarà aperto?
Quali danni saranno arrecati al delicato sistema idrico di questa zona dagli scavi in galleria?
Chi vorrà ammirare in futuro il laghetto del Frassino a Peschiera del Garda, lo potrà ancora vedere o sarà stato prosciugato?
Il vicino Santuario sarà ancora oggetto di pellegrinaggio o le crepe causate dai lavori lo avranno reso inagibile?
Gli agricoltori avranno ancora acqua per irrigare le colture?

E il turista straniero, che dopo aver visitato Venezia, vorrà
soggiornare sul lago, dovrà scendere dal TAV a Verona per salire su un treno regionale, come quelli che i pendolari ben conoscono, sporchi, affollati, e con le porte che non si aprono?
Non bastavano i crolli a Pompei per farci sfigurare agli occhi del mondo? Vogliamo diventare famosi all’estero anche per aver devastato un gioiello quale il lago di Garda?
Se questo sciagurato progetto si realizzerà non saranno solo gli sfortunati proprietari dei terreni e degli edifici interessati dai lavori di costruzione ad essere espropriati, ma tutta la comunità che vive in questa zona e da questo territorio trae benessere, e chi sceglie questo territorio come luogo per le proprie vacanze.
Per il lago di Garda e le colline moreniche, la tutela del paesaggio, da anni di grandi cantieri e dal cemento di immensi calvavia e viadotti, non ha solo un valore sentimentale, ma anche economico.

Quanti posti di lavoro verranno persi per le attività chiuse? Quanto diminuirà il turismo se ci saranno km di cantieri e rumori assordanti accanto alle località ad oggi frequentate? Quanto perderanno di valore case, proprietà ed attività a ridosso di piloni di cemento armato, con vibrazioni e rumori dovuti al passaggio del futuro treno veloce?  Queste sono solo alcune delle tante domande che da mesi ci stiamo facendo e a cui nessuno ad oggi ha risposto, sopratutto pubblicamente. Nessun amministratore di queste zone ha avuto il coraggio di prendere voce seriamente e spiegare cosa potrebbe succedere a tutti noi.

Ed è per difendere la bellezza della nostra terra dallo scempio di un opera inutile, per chiedere che questi soldi vengano usati per quelle piccole opere che servono al territorio e alle persone che per sabato chiamiamo nuovamente a raccolta tutte le persone che vivono questi territori, ma anche quelle che non li vivono ma vogliono difendere quei pochi lembi di terra ancora “incontaminati” e vogliono investire i propri soldi in altri tipi di opere. Chiamiamo a raccolta anche tutti i sindaci di questo territorio, non solo come amministratori che dovrebbero tutelare noi e la terra su cui viviamo, ma anche come primi cittadini perchè la terra e il futuro di questa zone interessa anche loro.

Chiamiamo a raccolta sopratutto chi qui vive e lavora su questi territori perchè i danni che potrebbe provocare quest’opera in questo settore sono ad oggi quasi inimmaginabili per la maggior parte delle persone, sopratutto quelle che disgraziatamente si troverebbero proprio coinvolte.

Chiamiamo a raccolta chi ama questo territorio unico, perché lo difenda insieme a noi, dal TAV, per preservarlo oggi per le generazioni future!

Sabato ci troviamo alle 14:30 in piazza Enaudi (piazzale della stazione) a Desenzano ed è importante esserci perchè è il futuro di tutti e tutte noi che è in gioco! 

NON DELEGARE, PARTECIPA! PERCHE’ PER FERMARE IL TAV E IL SUO SCEMPIO C’E’ BISOGNO ANCHE DI TE!

I miti da sfatare della Brescia-Verona: serve, porta lavoro e riduce il trasporto su gomma! Ma a chi la date a credere?

 L’alta velocità serve.

A chi e a cosa serva nessuno lo sa spiegare, dal momento che gli amministratori locali si tirano indietro di fronte a questa domanda e da chi costruisce queste opere non verrà mai fatto un incontro informativo per la popolazione per spiegarne i benefici.
Sicuramente siamo anche certi che quest’opera non sia conveniente, non per altro anche i francesi, ben più attenti degli Italiani a tal proposito, ritengono che non sia più un buon investimento, così come risulta dallo studio della Corte dei Conti di Parigi.
Non è nemmeno un progetto ben studiato e funzionale perchè una rete ad Alta Velocità nel modello italiano, francese, spagnolo e giapponese, cioè il modello che consente ai treni di andare oltre ai 270 km all’ora, risulta scarsamente conveniente perché limita l’uso dell’infrastruttura ferroviaria ad alta velocità solo ai treni ad alta velocità.
Mentre invece nel modello tedesco e inglese, sulle reti che loro definiscono ad alta velocità, che hanno un limite ai 270 km/h possono transitare treni che vanno fino a 270km/h e treni che vanno anche a 180-200 km/h. In questo modo basta un’unica linea per treni diversi: si risparmia sui costi di gestione e possono transitare treni diversi.

Consideriamo inoltre che solo il 6% dei passeggeri in Italia viaggia su linee alta velocità (sarà forse per il prezzo inaccessibile ai più?), il 94% invece sui treni pendolari, ridotti sempre più in condizioni vergognose. Viene quindi automatico, se tutto funzionasse in modo normale, capire che è per questa fetta di passeggeri, la stragrande maggioranza, che bisogna investire, andando a migliorare le linee già esistenti: questa sarebbe la grande utile opera pubblica, non l’alta velocità.

E come si poteva immaginare su questo punto casca l’asino: su questa tratta esiste già una linea di questo tipo, sottoutilizzata al momento ma ampiamente migliorabile con interventi meno costosi, più redditizi (non certo per chi vorrebbe costruire il TAV) e meno impattanti da un punto di vista ambientale.

L’alta velocità porterà via il traffico delle merci dalle strade.

La prima domanda che sorge spontanea allora è capire il motivo perché cui sia stata costruita la Bre.be.mi? Autostrada sulla quale ad oggi transitano 16.000 veicoli al giorno contro i 248.000 della A4.
In pratica un deserto, a quasi il doppio del prezzo e per di più senza pompe di benzina perchè nessuno ha partecipato alla gara d’appalto.
Appena aperta, la Bre.be.mi, si trova già in stato perdita e il disavanzo, ovviamente, lo sta colmando Regione Lombardia con i nostri fondi pubblici.
Inoltre, LE MERCI NON VIAGGIANO SU ALTA VELOCITA’ da nessuna parte, perchè non possibile per svariate ragioni.
Lo riconosce anche Michele Mario Elia, amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, nell’intervista con il giornalista di Report che riportiamo di seguito:

PAOLO MONDANI: Cioè per parlare pane e salame, far andare sull’alta velocità anche le merci.
MICHELE MARIO ELIA: Sì.
PAOLO MONDANI: Io non ho mai visto un vagone merci sull’alta velocità… quando ci passerà?
MICHELE MARIO ELIA: Neanch’io.
PAOLO MONDANI: Eh… quindi siamo due, diciamo, che non l’hanno visto.
MICHELE MARIO ELIA: Neanch’io, purtroppo cosa le devo dire? Non essendoci una logistica forte in Italia, la concorrenza della strada è talmente forte che l’impedisce. Prima di dire perché non vanno sull’alta velocità, dico: perché le merci non vanno per ferrovie.

Se non fosse che questa gente invade le nostre vite ed il nostro territorio per fare i loro sporchi affari con fondi pubblici…ci sarebbe da ridere ad ascoltare simili dichiarazioni.

L’alta velocità serve per collegare i nostri territori in maniera più funzionale tra loro e con l’Europa.

La linea Brescia-Verona, per come è stata progettata ad oggi, non passerà per Brescia (nonostante la nostra amministrazione Del Bono prema perchè accada, anche perchè altrimenti come spiegare ai cittadini una Treviglio-Brescia che serviva per l’Expo ed è ancora in costruzione, se non prosegue nemmeno in uscita da Brescia?) , non avrà fermate sul lago di Garda (terzo polo turistico italiano), ma bensì fermerà a Montichiari, in mezzo alle discariche, per servire l’aeroporto fantasma Gabriele D’Annunzio che è uno scalo merci…ma se le merci non viaggeranno sull’alta velocità e il D’Annunzio non trasporta persone, a cosa serve una fermata a Montichiari?

Sembra follia, ma il problema che è la realtà di questo progetto.

 I costi e i danni dell’alta velocità Brescia-Verona

L’alta velocità Brescia-Verona costerà 44 milioni di euro al chilometro (per ora, ma i costi sono previsti in aumento…) e la realizzeranno Pizzarotti, Condotte e Maltauro, tutte aziende indagate per rapporti con la mafia.

Distruggerà tra le altre cose circa il 40% dei vitigni del pregiatissimo Lugana, vino che esportiamo in tutto il mondo e che da lavoro a centinaia di persone, abbatterà decine di case e aziende che creano anch’esse tantissimi posti di lavoro.

 E tutto ciò per quale scopo? Per quale utilità? Le persone che vivono questi territori hanno altri bisogni di primaria necessità considerando ad esempio che al momento abbiamo un tasso di disoccupazione oltre il 12%.

Le grandi opere non portano lavoro, come la storia ci insegna, perchè gli operai impiegati nella costruzione dell’opera sono persone che vengono da altri città, gli stessi che queste ditte si portano in giro nei diversi appalti, non è gente locale che grazie a nuove opere ha la possibilità di trovare lavoro!
Inoltre è un lavoro molto spesso pericoloso per la propria salute (si pensi all’amianto respirato in Val di Susa o al Terzo Valico durante i lavori), sottopagato e con orari tremendi: i cantieri TAV, come sta succedendo a Brescia, possono lavorare 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

Le grandi opere però portano mafia. 

Soprattutto in un territorio martoriato da discariche e cave come il bresciano, che ormai ha su di sé l’onta della definizione “terra dei fuochi del nord”, dove la mano della mafia è più che evidente e sulla quale attualmente il Procuratore Generale di Brescia, Pier Luigi Maria dell’Osso, sta per l’appunto indagando.

Gli espropri fanno arricchire.

Oltre all’incommensurabile danno affettivo e morale causato da questa violenza inaudita degli espropri, ricordiamo che solo il 2% del costo dell’opera è destinato agli indennizzi degli espropri, 2% che va ripartito anche nelle opere di compensazione ambientale. Fate un pò voi due conti….

 

Questi sono solo alcuni dei miti che volevamo sfatare per fare la massima informazione possibile, per fare capire a tutti e tutte che questo treno è solo un magna magna che fa arricchire chi sta dietro a questo sistema e che creerà non solo danni ma pure beffe a chi invece subirà i pesanti danni della costruzione di quest’opera.

 Il CIPE se volesse è ancora in tempo a fermare quest’opera che sta arrivando alle battute finali, ma visto che sappiamo come vanno le cose quando di mezzo c’è malaffare e grandi quantità di soldi, dobbiamo essere noi cittadini ad informarci, ad essere pronti a denunciare le irregolarità e ad attivarci per fermare la distruzione dell’ambiente e della nostra economia locale.

E’ anche per questi motivi che sabato 9 maggio saremo ancora in piazza a Castelnuovo del Garda per dire ancora una volta: NO TAV!

E per gli scettici che ancora credono, come vogliono farci pensare, che ormai questo progetto sia deciso, che non ci sia più nulla da fare, consigliamo di venire insieme ad un’altra persona, così più siamo più capiamo che in tanti possiamo davvero fermarlo!

C’è lavoro e lavoro – discorso del 1° maggio

C’è una frase che gli Italiani, e ancora di più i cittadini di Brescia, dovrebbero imparare. Ripetersela come un mantra.

“C’è lavoro e lavoro”.

La frase che è nata sull’onda della resistenza alle grandi opere, dalla TAV in Val Susa fino all’Expo di Milano, è una delle forme di resistenza più alte mai partorite.

Troppe volte ci hanno intrappolato dicendoci che i cittadini dovevano sacrificarsi ai posti di lavoro.

La salute, sacrificata ai posti di lavoro.

Il nostro territorio, sacrificato ai posti di lavoro.

Sembrava che il lavoro ci avrebbe salvato da tutto. Ci avrebbe reso liberi.

Mai menzogna fu più grande.

Il boom economico è morto e sepolto, ci sono rimaste soltanto le ceneri sparse sull’arido terreno di questa crisi economica.

Per troppi anni l’Italia si è svenduta al lavoro come scusa.

Per troppi anni Brescia si è immolata sull’altare del lavoro.

Dobbiamo imparare queste cinque parole. Ripetercele fino alla nausea. Troppe volte non sono state pronunciate, in risposta a “Stiamo creando posti di lavoro”.

La Caffaro ha offerto posti di lavoro ai Bresciani, ma chi sapeva avrebbe dovuto dirlo. “C’è lavoro e lavoro”. Il PCB non appesterebbe buona parte della città.

L’industria del tondino ha offerto migliaia, milioni, di posti di lavoro. Anche quegli operai avrebbero dovuto rispondere “c’è lavoro e lavoro”. L’acqua e l’aria di Brescia non ci avvelenerebbero.

Dobbiamo impararlo, prima che sia troppo tardi. “C’è lavoro e lavoro”.

C’è il lavoro che mantiene le famiglie, che ci nobilita, che ci rende liberi. E c’è il lavoro che devasta i luoghi in cui viviamo, che pregiudica il nostro futuro. Che ci uccide. Che nega la sopravvivenza dei nostri figli.

“C’è lavoro e lavoro”

Oggi, primo maggio, ricordiamo le conquiste dei lavoratori, l’impegno dei sindacati per il raggiungimento di una condizione migliore. Ma sembra che abbiamo dimenticato cosa ci ha portato qui. Perché celebriamo questo primo Maggio. Ci sono ancora forme di lavoro che uccidono la nostra città e la nostra provincia. Le grandi infrastrutture, come la Brebemi e la TAV. Le grandi industrie, che con la complicità delle istituzioni avvelenano la nostra acqua e la nostra aria. E noi siamo ciechi e sordi. Abbiamo smesso di lottare. Abbiamo smesso di celebrare degnamente la nostra Festa del Lavoro.

A Chicago, i primi giorni di Maggio del 1886, gli operai della McCormick si ritrovarono davanti ai cancelli della fabbrica per dire “C’è lavoro e lavoro”. La polizia sparò sulla folla, uccidendo operai e ferendo i manifestanti. Quattro sindacalisti e quattro anarchici furono arrestati per avere organizzato la manifestazione. Uno fu condannato a quindici anni di carcere. Gli altri sette furono impiccati. Da questo episodio nasce la Festa del Lavoro.

Da li siamo arrivati a questo primo Maggio. 128 anni dopo, non dobbiamo dimenticare che è la lotta a salvarci. A renderci migliori. “C’è lavoro e lavoro”. Albert Parsons, uno degli impiccati, appena prima di morire, mentre la corda del boia gli toglieva gli ultimi respiri, disse: “Lasciate che si senta la voce del popolo”.

Prima che la corda fatta di bugie di questa gestione del nostro Stato si attorcigli attorno ai nostri colli e a quelli dei nostri figli… Impariamo queste cinque parole. “C’è lavoro e lavoro”. “C’è lavoro e lavoro”. Diciamolo tutti insieme, da oggi fino a a che non sarà il motto della nostra nuova economia. “C’è lavoro e lavoro”. Lasciate che si senta la voce del popolo.

16 Novembre in Val di Susa: pullman da Brescia!

Da Brescia si stanno organizzando diversi pullman per raggiungere la Val di Susa per la manifestazione nazionale del 16 Novembre CONTRO LA DISTRUZIONE E L’OCCUPAZIONE MILITARE DELLA VALLE, per dire No al furto di denaro pubblico, contro la repressione politica, giudiziaria e mediatica del Movimento No Tav, per un lavoro utile e dignitoso, per ospedali scuole e trasporti efficienti e per la cura del territorio!

Rifondazione Comunista, C.s. 28 Maggio, Sinistra Anticapitalista e Ross@ organizzano i PULLMAN a partire da Brescia per raggiungere la Valle con ritrovo alle ore 13:00 a Susa in Piazza d’Armi!
Partenza: ore 8:30 dal C.s. 28 Maggio a Rovato ore 9:00 dal piazzale dell’IVECO a Brescia.
Il prezzo della trasferta è di 15 euro, con rientro in serata al termine della manifestazione.
Per informazioni e prenotazioni contattare: Attilio: 345-6528718 – Eugenia: 347-2548776

Magazzino 47, Ksl, Cua e “Diritti per tutti” organizzano la trasferta in pullman per raggiungere la lotta No Tav in val di Susa.
Ritrovo ore 9.00 al Magazzino 47 di via Industriale, 10 a Brescia.
Sottoscrizione: 15 euro. Per prenotazioni chiamare in Radio allo 030/45670.

19 ottobre, per un liberale hanno ragione

Questi manifestanti chiedono casa e lavoro invece di grandi opere. Innanzitutto propongono una alternativa alle modalità di spesa pubblica, non si limitano a chieder più spesa, come fanno tutti di questi tempi. E alcuni di questi sono anche al governo.

Poi chiedono cose che hanno un perfetto e condivisibile senso economico, oltre che sociale (e forse non tutti loro ne sono coscienti).

Vediamo più da vicino i due problemi. Le case ci sono, e moltissime sono vuote. Non credo che quelli che protestano hanno i soldi per comprarsele, anche se costassero meno. Quindi non chiedono case in proprietà. Vorrebbero case a prezzi di affitto ragionevoli, che non si trovano, soprattutto nelle grandi città. Certo la casa in affitto dà meno sicurezza psicologica, ma è molto meglio per chi cerca lavoro (ma anche per chi lo offre), non lo inchioda al posto dove abita. E così si diminuirebbero anche i costi ed i tempi di trasporto: un beneficio sia per i lavoratori che per i padroni che per l’ambiente (meno inquinamento, e meno spese in sussidi per i trasporti pubblici).

Ma perché non si trovano case in affitto? I padroni sono tutti cattivi se chiedono prezzi alti, o “autolesionisti” quando non affittano? Certo che no: il problema è il rischio troppo elevato se l’inquilino smette di pagare: gli sfratti per morosità sono molto complicati, poi arrivano leggine ad-hoc, poi c’è l’equo canone, ecc. ecc.. Questo “congela” il mercato, con danni per tutti. Ma poi c’è un meccanismo che aggrava, e molto, il problema: si chiama “prezzo di attesa”. Le case, anche se vuote, tendono nel lungo periodo a rivalutarsi, rappresentano un bene-rifugio solido (mattoni invece di carta). A questo contribuisce il fatto che l’incidenza del costo del terreno sul prezzo delle case è alto, dati i noti vincoli all’uso del suolo, gli infiniti permessi (e “mance”) necessari per costruire, la protezione insensata di inesistenti suoli agricoli ecc.. Infine c’è la secolare demagogia “bipartisan”, che da sempre protegge e incoraggia la casa in proprietà. Il Nobel Krugman attribuisce in parte all’immobilità dei lavoratori, fregati dai mutui “subprime” e che quindi non possono cambiar casa, la stasi della produttività americana.

Quindi occorre rompere questo intreccio inefficiente, che tiene artificialmente vuote moltissime case. Se entrassero sul mercato, anche gli affitti scenderebbero, e rapidamente (è la legge della domanda e dell’offerta, bambole….).

Veniamo al lavoro: le grandi opere notoriamente generano pochissima occupazione per ogni euro pubblico speso (solo circa il 25% dei costi di costruzione va in salari). Basta vedere la Torino-Lione: quanta gente credete che occupi la “talpa” che scava per 5 anni sotto la montagna? Poi quei pochi occupati sono molto distribuiti nel tempo, e la massima occupazione si avrà verso la fine dell’opera, cioè fra 7-10 anni se tutto va bene. Ma non solo: per le grandi opere ferroviarie, l’intero costo ricade sulle esangui casse pubbliche, cioè toglie soldi a tutto il resto che si potrebbe fare.

All’economia (capitalistica, si intende) serve invece occupare tanta gente a basso reddito, che deve spendere, mica può permettersi di risparmiare…E deve occuparla subito, per rilanciare la domanda interna, che è il vero problema. Quindi manutenzioni di strade ed edifici, ma anche del territorio che frana ecc. Tutto questo certo a parità di spesa, ma altrettanto certamente non con assunzioni pubbliche, altrimenti ci troviamo i 15.000 forestali della Sila moltiplicati per 10…..Basta semplicemente fare gare per questo tipo di opere, cui possano partecipare sia privati che cooperative “momentanee”.

Dare soldi alle imprese, anche con sconti fiscali, oggi serve pochissimo: le imprese con una domanda interna debole non assumono comunque, e di nuovo non perché i padroni sono egoisti o cattivi, ovviamente: perché non venderebbero i loro prodotti.

 

Articolo tratto da: http://www.notav.info