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Lavori in corso – Servizio di Presa Diretta

Ferrovie, strade, porti, vi mostriamo quanto c’è ancora da fare per modernizzare le nostre infrastrutture e i mille cantieri che si potrebbero aprire per dare lavoro a centinaia di migliaia di persone. Mentre il “cantiere Italia” non riesce a decollare, le grandi opere rischiano di trasformarsi in grandi sprechi di denaro pubblico. PRESADIRETTA vi racconta l’ultima inchiesta aperta dalla Procura di Firenze sul cantiere dell’alta velocità di Firenze, quella che ha portato agli arresti domiciliari l’ex governatrice della Regione Umbria Lorenzetti e un gruppo di dirigenti pubblici. Vi raccontiamo il disastro dei collegamenti ferroviari del sud Italia, stazioni abbandonate, treni soppressi, linee tagliate. Un pezzo del nostro paese staccato dal resto del mondo. E quanto paghiamo per questo ritardo? Pensate che c’è chi ha stimato in 92 miliardi di euro il costo dei 700 chilometri di ferrovie convenzionali non costruite. PRESADIRETTA vi porta sulla Salerno – Reggio Calabria, l’autostrada degli eterni cantieri. E’ stato il più grande affare per le cosche della ndrangheta. Non c’è un solo chilometro che non sia entrato in un inchiesta della magistratura. Testimonianze esclusive, intercettazioni e retroscena dell’operazione “Alba di Scilla”. L’ultimo tratto della Salerno Reggio Calabria doveva essere ultimato alla fine dello scorso anno e invece, dopo una spesa di 12 miliardi e mezzo di euro, mancano ancora 58 chilometri. Ma i soldi sono finiti. Siamo andati a vedere come lavorano i più grandi porti italiani e quelli del nord Europa. PRESADIRETTA ha scoperto che 1 milione e 240mila tonnellate di merce, destinate all’Italia, passano per il porto di Anversa, in Belgio, invece che attraverso i porti italiani. Quanta ricchezza perdiamo ogni anno per colpa della disorganizzazione e per l’eccesso di burocrazia che strangola il porto di Genova? Un’immensa ricchezza che se ne va altrove.

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-44110737-9255-4a41-b0ef-f764d4e8a619.html

Una Tav a forte infiltrazione

L’inchiesta sul tratto dell’Alta Velocità in Toscana, conferma l’intreccio di interessi sporchi su questa grande opera. Imprenditori legati alla camorra, coop “rosse”, dirigenti ministeriali, esponenti delle amministrazioni locali. No Tav per fare pulizia.
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I carabinieri del Ros hanno perquisito la sede della Nodavia, la società che ha vinto la gara d’appalto per la realizzazione del passante fiorentino della TAV, ed hanno acquisito documentazione in almeno 25 sedi in tutta Italia, ponendo sotto sequestro la grande trivella”Monnalisa”, utilizzata per realizzare il sottoattraversamento della città. I reati contestati sono, a vario titolo, associazione a delinquere, corruzione, truffa, frode nelle pubbliche forniture, traffico illecito di rifiuti, violazione delle norme paesaggistiche e abuso d’ufficio L’indagine, partita nel 2010 grazie ad alcuni accertamenti svolti dal personale del Corpo forestale dello Stato, ha fatto “emergere un consistente traffico di rifiuti speciali, smaltiti illegalmente, nonché la truffa ai danni della Rete Ferroviaria Italiana, per cui si configura anche l’ipotesi di infiltrazioni mafiose. Si tratta di rifiuti- si legge ancora nella nota – derivanti dalle perforazioni avvenute sullo snodo dei lavori dell’alta velocità nei pressi di Firenze, nel tratto interessato dagli interventi infrastrutturali previsti per la realizzazione della linea Alta Velocità/Alta Capacità Milano-Napoli. Migliaia di tonnellate di rifiuti sarebbero state smaltite abusivamente”. Ben 31 persone sono finite indagate in questa inchiesta, tra questi dei nomi non certo sconosciuti alle cronache.Ecco l’elenco delle persone che figurano indagate nell’inchiesta sui tunnel della Tav a Firenze:

– Stefano Bacci, pratese, 48 anni.

– Gualtiero Bellomo, palermitano, 54 anni. E’ funzionario della commisione ministeriale per l’impatto ambientale.

– Oliviero Bencini, fiorentino, 73 anni, legale rappresentante della Ecogest srl

– Mareno Bencini, Barberino del Mugello, 72 anni, dirigente Ecogest

– Renato Bianco, veneziano, 64 anni, dirigente Rfi (Rete ferroviaria italiana)

– Francesco Bocchimuzzo, torinese, 62 anni, dirigente Rfi

– Marco Bonistalli, romano, 61 anni, dirigente di Coopsette

– Paolo Bolondi, Reggio Emilia, 50 anni, dirigente Coopsette

– Maurizio Brioni, Reggio Emilia, 66 anni, resposabile relazioni istituzionali Coopsette

– Aristodemo Busillo, Salerno, 42 anni, dirigente Seli e presidente Innotek

– Renato Casale, pugliese, residente a Bologna, 63 anni, dirigente Italferr

– Piero Calandra, romano, 75 anni, dell’autorità di vigilanza contratti pubblici

– Alessandro Coletta, residente  a Roma, 79 anni

– Rosaria Ferro, fiorentina, 43 anni, funzionaria Italferr

– Matteo Forlani, Parma, 37 anni, dirigente Coopsette

– David Giorgetti, firentino, 38 anni

– Pietro Giuseppe Remo Grandori, romano, 52 anni, dirigente Seli

– Claudio Lanzafame, Reggio Emilia, 44 anni, tecnico Coopsette

– Alfio Lombardi, Mantova, 49 anni, dirigente Coopsette

– Valerio Lombardi, romano, 62 anni, dirigente Italferr

– Maria Rita Lorenzetti, Foligno, 59 anni, presidente Italferr, ex governatore Umbria

– Giuseppe Mele, romano, 49 anni, architetto, lavora al ministero

– Gianluca Morandini, fiorentino, 50 anni, supervisore lavori per Italferr

– Lorenza Ponzone, romana, 48 anni, funzionario autorità vigilanza appalti pubblici

– Furio Saraceno, residente a Rapallo, 49 anni, dirigente Nodavia

– Franco Barbarito, Figline Valdarno, 39 anni, dirigente Varvarito

– Lazzaro Ventrone, casertano, 43 anni, dirigente Veca Sud

– Dario Vizzino, fiorentino, 45 anni, dipendente Seli

– Riccardo Guagliata, ferrarese, 36 anni, dirigente Nodavia

– Domenico Carizia, Reggio Emilia, 57 anni, tecnico Nodavia

– Ercole Incalza, romano, 69 anni, ingegnere del ministero

Nella lista degli indagati spiccano alcuni nomi. Il primo è Lazzaro Ventrone e della società – la Veca Sud – di cui è dirigente. L’azienda è giù finita nei guai giudiziari nel 2006 e nel 2010. I suoi camion trasportavano quotidianamente fino a Brescia le ceneri tossiche prodotte dall’inceneritore di Acerra. Centinaia di viaggi con destinazione gli impianti lombardi specializzati nel trattamento delle scorie nocive. E al ritorno, per incrementare le diarie pagate dallo Stato, riempivano le cisterne di mais da destinare ad alcune aziende meridionali di trasformazione in mangime per gli allevamenti bovini. Ed è così che centinaia di tonnellate di sfarinati contaminati da metalli pesanti hanno alimentato gli allevamenti campani finendo sulla tavola dei consumatori di carne e prodotti caseari. Il traffico illegale era stato scoperto dai carabinieri del Nas di Brescia. Ad essere denunciati sono stati ben 21 autisti della «Veca Sud» di Maddaloni, la ditta incaricata dal commissariato di governo dalla primavera dell’anno scorso di trasportare le ceneri prodotte dai rifiuti bruciati nell’inceneritore di Acerra. Una società che già nel 2006 era finita nel mirino della magistratura lombarda. All’epoca il suo dirigente Lazzaro Ventrone fu condannato insieme ad altre 8 persone dal tribunale di Milano a due anni di reclusione per traffico illecito di rifiuti parte dei quali provenienti proprio dall’emergenza rifiuti in Campania.

C’ è poi il sig. Ercole Incalza che nel febbraio 1998, quando era amministratore delegato della Tav, fu arrestato dai magistrati di Perugia. L’inchiesta era quella sugli appalti delle Ferrovie che portò in carcere anche l’allora presidente Lorenzo Necci e il finanziere Francesco Pacini Battaglia. Incalza è stato anche stretto colaboratore nei governi di centro-destra prima del ministro alle in Infrastrutture Matteoli e poi di Lunardi. Nel 2004 fu al centro di una vicenda per un finanziamento di 520mila euro ottenuto con il “solito metodo”, cioè assegni da diecimila euro ciascuno per comprare un appartamente di lusso a Roma in via Emanuele Gianturco, nella prestigiosa zona Flaminia. Il contante veniva trasformato in assegni nella filiale “Deutsche Bank” di Roma centro. Il problema era che il prezzo reale di vendita – 900 mila euro – era ben diverso quello dichiarato: 390 mila euro. Il “nero“, risultava “coperto” dal famoso imprenditore Anemone coinvolto nelle indagini sulla cricca del G 8 e degli appalti della Protezione Civile. Il “chiaro” (saldato in due tranche da 150 e 240 mila euro) era stato saldato dall’acquirente: Alberto Donati, 52 anni, “dirigente”, e genero di Ercole Incalza.

Infine c’è la ex presidente della Regione Umbria (Pd), Maria Rita Lorenzetti, oggi presidente della Italfer, la quale in una dichiarazione rilasciata all’Ansa ribadisce “la propria totale estraneità a tutti i fatti ipotizzati nei suoi confronti”. Secondo l’’accusa, “Maria Rita Lorenzetti, quale presidente di Italferr” nell’ambito dell’appalto sul nodo fiorentino della Tav, avrebbe operato “mettendo a disposizione le proprie conoscenze personali, i propri contatti politici e una vasta rete di contatti grazie ai quali era in grado di promettere utilità ai pubblici ufficiali avvicinati, nell’interesse e a vantaggio della controparte Novadia e Coopsette, da cui poi pretendeva favori per il marito nell’ambito della ricostruzione dell’Emilia”. Le due società, Novadia e Coopsette si erano poi aggiudicate effettivamente l’appalto.

Si conferma così che la TAV continua a rivelarsi un intreccio di interessi molto spesso, sempre più spesso, illeciti e una costosissima ed inutile opera. I costi del tratto fiorentino infatti sono già lievitati dai 500 previsti a 900 milioni di euro. A carico delle casse pubbliche che per essere rimpinguate magari chiuderanno un reparto ospedaliero o licenzieranno decine di lavoratori precari. I No Tav hanno ragioni da vendere, chi li attacca dovrebbe vergognarsi.

TAV: INFILTRAZIONE MAFIOSA ANCHE A BRESCIA

LA MINACCIA DELLE INFILTRAZIONI DELLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA NELLA FILIERA TAV PIÙ SUBDOLA E PERICOLOSA DELLE PROTESTE VIOLENTE REVOCA DI DUE COMMESSE PER OLTRE 5 MILIONI DI EURO ANCHE IL TAR CONFERMA LA MISURA DELLE PREFETTURE

Non c’è solo l’emergenza delle proteste violente a minacciare la Tav. Più subdola e potenzialmente pericolosa è l’insidia rappresentata dalla criminalità organizzata. Ma sul super treno sembra proprio non esserci posto per le holding mafiose.

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Attorno ai contestati e controversi maxi cantieri dell’Alta velocità ferroviaria sta prendendo forma uno scudo invisibile ma invalicabile per impedire le infiltrazioni criminali in un’opera da 3 miliardi di euro, un investimento troppo imponente per non stimolare l’appetito di cosche, n’drine e clan camorristici. E le maglie strette dall’opera coordinata di prevenzione promossa dalla Direzione investigativa antimafia di Milano e delle prefetture di Brescia e Bergamo, hanno fatto le prime «vittime». Una serie di indizi che fanno paventare il rischio di infiltrazioni mafiose sono costati a un’impresa edile della provincia di Parma, due subappalti, uno già assegnato e uno in corso di trattativa per l’assegnazione, legati alla realizzazione del tratto Treviglio-Brescia della Tav. Due «commesse» pesanti: una da 2,3 milioni per la realizzazione di piazzali di campi base e operativi nell’Ovest bresciano. L’altra da 2,8 per opere sul tracciato della linea ferroviaria. La risoluzione unilaterale del rapporto di lavoro decisa dal Cepav2 era stata impugnata dall’impresa davanti al Tar di Brescia che ha respinto il ricorso. L’esclusione dai sub appalti era basata su due informative antimafia atipiche emesse dalle prefetture. Le informative antimafia atipiche sono una sorta di istruttoria sulle ditte impegnate in mega infrastrutture. Si controllano i certificati antimafia, le partecipazioni in altre società e persino eventuali legami di parentela, anche lontanissimi o acquisiti, con boss di mafia, ‘ndrangheta o camorra di impresari, tecnici e addetti. Se dalla verifica, solitamente affidata alla Dia e alla Guardia di finanza, emerge anche solo un lontanissimo «tanfo» di collusione con la criminalità, l’impresa finisce nella black list, e con un provvedimento interdittivo viene messa fuori gioco ed esclusa dai lavori o dalle forniture di materiale. Nel caso dell’impresa parmense, a far scattare il provvedimento sono stati una serie di indizi. In primo luogo la circostanza che l’amministratore unico napoletano, incensurato (nel frattempo rimpiazzato), «è stato – si legge sulla sentenza del Tar – indagato tra il 2000 e il 2002 dai carabinieri di Cefalù nell’ambito dell’operazione Caronte per concorso esterno in associazione mafiosa». Un altro episodio considerato significativo per l’emissione dell’informativa antimafia atipica è legato ad un incendio doloso avvenuto nel cantiere Tav a Modena: qui due mezzi di lavoro dell’impresa erano stati dati alle fiamme. Il quadro per l’azienda parmense si è aggravato ulteriormente quando è emerso che in passato aveva creato un’associazione temporanea d’imprese con un partner a sua volta sospettato di collegamenti con la criminalità organizzata «Ciascuno di questi episodi – scrive il Tar nella sua sentenza – potrebbe essere ridimensionato, se valutato isolatamente. Non è possibile però trascurare la rilevanza dell’insieme nelle informative antimafia. L’accumulo di indizi è un metodo legittimo e può fondare un giudizio negativo circa l’affidabilità morale dell’impresa».

 

Tratto da: bresciapoint.it