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LA CORTE DEI CONTI RIMANDA IL PROGETTO TAV BRESCIA-VERONA PER INCOMPLETEZZA DOCUMENTALE!

Santa Lucia è arrivata!

La Corte dei Conti, ultimo step di approvazione del tav Brescia-Verona, rimanda il progetto al Ministero per “incompletezza documentale”.

Non è la vittoria, ma di certo il ritardo non sarà breve. Insomma, avevamo ragione noi: i cantieri non avrebbero mai aperto a gennaio 2018. E NON DOVRANNO APRIRE MAI!

Ci vediamo questa sera a Mazzano all’assemblea pubblica NO TAV!

#notav #dechesapasamia #notavbresciaverona

Esposto alla Corte dei Conti: percorreremo ogni strada per fermare il TAV!

Questa mattina si è tenuta presso la Sala della Biblioteca di Peschiera del Garda una conferenza stampa indetta da noi per
presentare con l’avv. Fausto Scappini l’esposto alla Corte dei Conti che abbiamo notificato relativamente al progetto AV/AC Brescia-Verona.

Il progetto è al vaglio della Corte dei Conti proprio in questi giorni e noi auspichiamo che la Corte tenga conto dei gravi elementi che incidono negativamente sull’economicità dell’opera sia in termini di costi che in termini di benefici potenzialmente raggiungibili.

Riportiamo qui uno stralcio dell’esposto con i punti essenziali che abbiamo sollevato:

“Come risulta dal verbale della seduta del 15 dicembre 2016 dell’Assemblea Generale del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici il progetto contestato è talmente inadeguato, anche in materia di sicurezza delle opere e di obsolescenza delle normative utilizzate per la redazione del progetto, da aver ottenuto il parere negativo dell’Assemblea del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, che ha aspramente criticato la progettazione nonché l’inadeguatezza, anche tecnica, delle soluzioni adottate in base a della normativa ampiamente superata ed ha invitato il Governo a rivedere completamente il progetto – Lo stesso Governo, con il Documento di Programmazione Economica (deliberato dal Consiglio dei Ministri l’11 aprile 2017) ha disposto la revisione del progetto ( project review) della tratta AV/AV Brescia – Verona (quantomeno per lo shunt di Brescia) nonché la sua sottoposizione all’analisi costi – benefici .
Il progetto della tratta Brescia – Verona risulta ormai completamente stravolto rispetto al progetto originario, ma, grazie ad interpretazioni legislative a dir poco forzate, a provvedimenti
derogatori approvati ad hoc, ed alla “abnormità” del sistema di realizzazione dei lavori pubblici per lotti costruttivi non funzionali, si è pervenuti all’approvazione del progetto definitivo contenente la
dichiarazione di pubblica utilità, oltre il quale sarà difficile tornare indietro senza un grandissimo spreco di denaro pubblico. […]

La sensazione evidentissima che si ricava dall’approfondimento delle questioni direttamente o indirettamente connesse alla progettazione dell’Alta Velocità è quella di una situazione in cui ha avuto importanza solamente l’aspetto economico (scegliendo il progetto in assoluto più dispendioso) ed invece non sembra essere stata adeguatamente valutata la situazione ambientale ed economica del territorio (turismo, agricoltura ecc.), nè sembra essere stata comparata la situazione ambientale con le esigenze da perseguire con la tratta ferroviaria, anche a livello di valutazione degli interessi prevalenti né, infine, sembrano essere state valutate soluzioni alternative praticabili e rispondenti a ciò che chiede l’Europa.

Il parere della Commissione di Valutazione di Impatto Ambientale espresso il 28 agosto 2003 non ha neppure preso in considerazione l’opzione zero e le opzioni alternative perché, nonostante la realizzazione della linea ferroviaria comporti gravi ripercussioni sul territorio, vi sarebbe una “limitata gravità degli impatti” con la “possibilità di limitazione dei medesimi” e tutto questo consentirebbe di escludere “la necessità di approfondire lo studio della c.d. alternativa 0” nonché la necessità di escludere le opzioni alternative.
Laddove il Governo Locale (Friuli Venezia Giulia) ha ritenuto troppo impattante sul territorio la linea a 300 km/h è stata scelta una tipologia (ammodernamento della linea tradizionale e tratta a 200
km/h) assai meno costosa e meno impattante.
La stessa modifica del tracciato approvata con il progetto definitivo, che ha eliminato lo shunt di Montichiari, dimostra che gli obbiettivi di ammodernamento potevano essere ottenuti anche con studi diversi e molto meno dispendiosi.
E’ bene ricordare inoltre che per la conformazione stessa del territorio e per la vicinanza delle fermate di sosta progettate quest’alta velocità non sarà mai nemmeno in grado di raggiungere
le velocità ipotizzate.
Da ultimo sembra utile ricordare al Giudice Contabile, dal momento che la situazione non è ancora irreversibile, che riguardo i costi dell’opera, nel primo rapporto della Commissione europea sulla corruzione nell’Ue (relazione della Commissione al Consiglio e al Parlamento Europeo – Relazione dell’Unione sulla lotta alla corruzione del 03/02/2014) si può leggere: “L’alta velocità è tra le opere infrastrutturali più costose e criticate per gli elevati costi unitari rispetto a opere simili. Secondo gli studi, l’alta velocità in Italia è costata 47,3 milioni di euro al chilometro nel tratto
Roma-Napoli, 74 milioni di euro tra Torino e Novara, 79,5 milioni di euro tra Novara e Milano e 96,4 milioni di euro tra Bologna e Firenze, contro gli appena 10,2 milioni di euro al chilometro della Parigi-Lione, i 9,8 milioni di euro della Madrid-Siviglia e i 9,3 milioni di euro della Tokyo-Osaka. In totale il costo medio dell’alta velocità in Italia è stimato a 61 milioni di euro al chilometro. Queste differenze di costo, di per sé poco probanti, possono rivelarsi però una spia, da verificare alla luce di altri indicatori, di un’eventuale cattiva gestione o di irregolarità delle gare per gli appalti pubblici”.
La nostra posizione riguardo questo progetto non cambia e proseguiamo determinati nella richiesta del rispetto delle leggi e delle normative, di cui le grandi opere non posso e non devono essere esenti, e della tutela dei cittadini che troppo ignari, con le proprie tasse, finanziano quest’enorme speculazione italiana.

Coordinamento No Tav Brescia-Verona

I costruttori del Terzo Valico fanno soldi sulla pelle delle persone!

L’altro ieri su alcuni quotidiani sono uscite nuove intercettazioni ambientali riguardanti l’inchiesta che alcuni mesi fa portò all’arresto della cupola del Cociv, il consorzio che si sta occupando della costruzione del tratto di TAV chiamato “Terzo Valico”.
Un collega, riferendosi al rischio amianto, si rivolge ad Ettore Pagani, al tempo vice presidente del consorzio, con queste parole: “…il primo che si ammala è un casino…”. Ettore Pagani dal canto suo ribatte: “…tanto la malattia arriva fra trent’anni…”. Una risposta che dovrebbe far indignare chiunque sia una persona per bene, che testimonia come ai dirigenti del Cociv della salute dei cittadini e dei propri operai non interessi proprio nulla. Solo un intralcio da sacrificare sull’altare del profitto di un’opera miliardaria utile esclusivamente ad arricchire le tasche di Salini – Impregilo.

amianto

Nulla di nuovo purtroppo per chi da anni si batte contro la costruzione dell’opera e per primo ha denunciato il rischio amianto legato alla costruzione del Terzo Valico. A quel tempo gli attivisti del movimento si sentirono dare degli allarmisti dai Sindaci intenti a gustarsi la torta delle opere compensative. In una provincia che continua a piangere i morti di Casale Monferrato la puzza di ipocrisia sta diventando nauseabonda. Rita Rossa e i suoi compari del PD sfilano a Casale Monferrato mentre autorizzano e sostengono la realizzazione di un’opera che potrebbe causare chissà quante nuove diagnosi di mesotelioma, carcinoma o asbestosi. Diagnosi che intanto arriveranno fra trent’anni come ha ricordato quello schifosissimo uomo dal nome di Ettore Pagani. Ma questa volta non ci sarà bisogno di lunghi ed estenuanti processi per trovare un colpevole. Già li conosciamo e sono quelli che questa opera l’hanno voluta e la stanno costruendo nonostante la contrarietà delle popolazioni locali e nonostante si sapesse dall’inizio che realizzare l’opera avrebbe significato spargere amianto ovunque.

Bisogna continuare a battersi, in gioco c’è la salute di noi tutti e quella dei nostri figli.

“Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere”

Bertolt Brecht

E per Delrio il terremoto è un “volano per la crescita”

Un volano per l’economia. Un’occasione per la crescita. Sono i concetti espressi riguardo al terremoto, con una leggerezza che trasuda un cinismo inaccettabile, da Bruno Vespa e dal ministro Graziano Delrio in un nauseante siparietto durante la puntata del 25 agosto di Porta a Porta.

Gioire per il fatto che L’Aquila sia ad anni di distanza “il più grande cantiere di Europa”, sottolineare i vantaggi per le imprese edili di quanto successo nel rietino, è prova definitiva, se ce ne fosse stato bisogno, di un atteggiamento strutturale delle istituzioni verso questo tipo di eventi che non è confinabile alla coppia Bertolaso/Berlusconi e alle loro new town, bensì è pratica fondante delle politiche di governo di ogni colore e tipo.

Più di 250 morti e paesi completamente distrutti o devastati in parti enormi sono così ricondotti ad un’ottica contabile, da PIL, con uno sguardo gioioso al profitto generato dalla tragedia che non risuona così lontano dalle risate dell’imprenditore aquilano Piscicelli nelle ore seguenti al dramma abruzzese del 2009.

I dati sulle potenzialità per l’economia – e per le aziende che vinceranno gli appalti – della ricostruzione di Amatrice, Accumuli e delle altre località colpite dal terremoto a sole 48 ore dai fatti riescono così ad oscurare le responsabilità collettive di un sistema politico che porta a subire ancora centinaia di morti in terremoti che potrebbero essere gestiti in maniera molto migliore, come dimostra l’esempio di Norcia.

Chissà se per Delrio anche il crollo della scuola Capranica di Amatrice, inaugurata nel 2012 nel non-rispetto totale di alcuna norma anti-sismica e crollata 4 (quattro!) anni dopo – fortunatamente nella pausa estiva – costituirà un’opportunità di ripresa. C’è chi piange, come la famiglia Scafidi, ancora i propri cari in scuole pericolanti mentre il governo lancia progetti come la Buona Scuola utili solo a formare nuovi lavoratori giovani e docili per le imprese.

Del resto quando, finalmente, si smette di piangere e si passa ad un’azione concreta di denuncia e rottura nei nostri luoghi di esistenza, esponenti del governo e della Protezione Civile attaccano in tutti i modi possibili le raccolte autorganizzate sui territori. La colpa delle quali è essersi dimostrate in grado di portare un livello di solidarietà inaudito per quantità di beni raccolti, mettendo in mostra la potenza e le possibilità dell’autorganizzazione sociale.

Evidentemente nei due euro degli sms si nascondono le potenzialità di business della shock economy che ben abbiamo conosciuto in anni e anni di tragedie che si ripropongono senza soste. Del resto, avevamo lasciato solo qualche mese fa un altro pezzo di cuore nella tragedia ferroviaria di Andria, sottolineando anche in quel caso come non esistano fatalità quando manca un programma serio di investimenti in opere utili e di messa in sicurezza delle infrastrutture già esistenti e dei territori.

Ancora una volta mettere in collegamento i nostri morti e i loro profitti è un esercizio minimo per capire chi si augura e lucra su simili tragedie e chi invece si batte a suo modo affinchè queste non avvengano più.

 

Articolo da: inofoaut.org

Tav, finora spesi oltre 50 milioni di euro. Ma non si sa come

La Direzione generale trasporti della Commissione europea non vuole rendere noto come sono stati utilizzati i finanziamenti europei destinati alla realizzazione della nuova linea ferroviaria ad alta velocità Lione-Torino. In questo modo violerebbe il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea.

Numerose sollecitazioni scritte sono state inviate negli ultimi sei mesi dall’associazione Re:Common alla Direzione spesi_oltre_500_milioni_per_la_tavgenerale trasporti della Commissione europea per sapere nel dettaglio quali studi e quali lavori sono stati pagati con i soldi dell’Ue e quindi dei contribuenti europei.

La Commissione europea ha negato la disponibilità a divulgare le informazioni in suo possesso, affermando che “i documenti fanno capo a soggetti terzi… che non intendono renderli pubblici e non crediamo che ci sia un interesse diffuso in proposito”.

Successivamente, incalzata dai ricorrenti anche sulla base del mancato rispetto dei principi contenuti nella Convenzione di Aarhus sull’accesso alle informazioni, alla fine del 2012 la Direzione generale trasporti della Commissione ha comunicato il valore dell’importo erogato fino ad oggi all’Italia (53.106.000 euro) senza entrare nel dettaglio.

Circa l’utilizzo del denaro la Direzione generale trasporti della Commissione ha specificato che “è una questione bilaterale tra i due Stati membri, la quale non prevede il coinvolgimento della Commissione”, di fatto lavandosene le mani e negando un ruolo di supervisione.

Adottando questa condotta la Direzione generale trasporti della Commissione avrebbe violato l’articolo 15 del Trattato che regolamenta il funzionamento dell’Ue, dal momento che la Commissione deve rispondere del suo operato ai cittadini, che devono sapere come vengono impiegati i loro soldi.

Nello specifico, le condizioni generali della Decisione di finanziamento prevedono che le richieste in merito ai pagamenti devono essere sostanziate da rapporti tecnici e rapporti finanziari, oltre che da informazioni su contratti, sub-contratti ed eventuali studi che riguardino il progetto. Non è quindi possibile che la Commissione europea non sia a conoscenza di come siano stati utilizzati i soldi dagli Stati Membri Italia e Francia.

Il rifiuto a rendere pubblica quest’informazione viola anche i principi della Convenzione di Aarhus in materia di accesso alle informazioni ambientali che privando i cittadini della conoscenza circa la destinazione dei fondi europei.

“Ricordiamo che la Torino-Lione è, così come la definisce il Movimento No TAV, una grande opera inutile e imposta, a cui si oppone la maggioranza deispesi_oltre_500_milioni_per_la_tav_2 Comuni della Valle di Susa per cui riteniamo che sia evidente l’esistenza di un interesse pubblico per avere accesso a tutte le informazioni relative alla realizzazione del progetto” ha dichiarato Paolo Prieri del Presidio Europa del Movimento No TAV.

“Invece di scoraggiare la partecipazione dei cittadini, la Commissione europea dovrebbe adottare una posizione neutrale e rispettare i pilastri dell’ordinamento europeo e il dettato della Convenzione di Aarhus, con questo atteggiamento dà manforte all’opacità dell’operazione Torino Lione” ha aggiunto Caterina Amicucci di Re:Common.

Per far valere le loro ragioni, Re:Common ed il Presidio Europa No TAV hanno fatto ricorso all’Ombudsman europeo che ha il compito di esaminare  le denunce relative ai casi di cattiva amministrazione che coinvolgono istituzioni e organismi dell’Unione europea e si augurano che il caso sia esaminato in tempi rapidi e approfonditamente.

LEGGI DALLA FONTE ORIGINALE –Re:Common su Altreconomia.it