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Ora sono sette: NON LASCIAMOLI SOLI – qui gli indirizzi di tutti

L’11 luglio scorso altri tre ragazzi (Graziano, Francesco e Lucio) sono stati arrestati con l’accusa di aver partecipato all’azione della notte tra il 13 e 14 maggio 2013 al cantiere No Tav.

A differenza di Chiara, Mattia, Claudio e Niccolò, in questo caso non è stato contestato loro il terrorismo. Questo in ragione della sentenza della Cassazione che aveva annullato l’ordinanza (qui) per i primi quattro arresti. I pm hanno però fatto sapere che anche i tre sono indagati per quel reato, il che significa che stanno ancora cercando prove. Continua la lettura di Ora sono sette: NON LASCIAMOLI SOLI – qui gli indirizzi di tutti

Lettera di Chiara dal carcere.

Sarebbe estremamente lungo e difficile esprimersi su ognuna delle innumerevoli cose dette e fatte in solidarietà nei nostri confronti. È più facile mettere insieme le suggestioni, i pensieri leggeri e quelli pesanti, un po’ di nostalgia dolce, qualche perplessità e riversare tutto su questi fogli.

Un continuo e impressionante succedersi di messaggi pubblici e privati, di prese di posizione, iniziative ed azioni, individuali e collettive, hanno puntellato questi mesi. Questo flusso di affetto ci ha tenuto sempre il cuore al caldo e riempito lo stomaco di farfalle, sensazioni che a volerle descrivere mancano le parole. Nessuno di noi si è mai sentito “stremato” o fiaccato dalla detenzione. La galera è lo stesso corto circuito di logica e di umanità per chiunque ci ha a che fare e quasi tutti l’affrontano, a differenza di ciò che è successo a noi, privi di qualsiasi sostegno affettivo, economico e legale, e senza nessuno che si strappi pubblicamente le vesti.

Non c’è stato un solo momento in cui ci siamo sentiti vittime, pure se a qualcuno (incredibilmente pochi per la verità) è ingenuamente sfuggito di mano di descriverci come tali, rivolgendosi alla stampa o addirittura alla politica, a cui non è mai stata nostra intenzione dire o chiedere niente.

(Per coerenza ed onestà non posso fare a meno di dire che provo una totale sfiducia per la categoria dei giornalisti e per quella dei politici di qualsiasi sponda o colore. Per entrambe l’unico interesse è la vendita del proprio prodotto commerciale e l’asservimento alla ricerca del consenso, adoperandosi per lo più per essere i portavoce dell’altrui cattiva coscienza. Ed entrambe, alla bisogna, possono mettersi la maschera dei sovversivi, dei sinceri democratici o dei boia a seconda del luogo e del tempo in cui si esprimono. I giornalisti che non si riconoscono in quanto appena detto sono probabilmente disoccupati, o lo saranno presto, o sono relegati ai margini della pubblica diffusione delle notizie. In ogni caso non potranno che ammettere di dividere il tetto e spesso il pane con qualunquisti, avvoltoi e sciacalli).

Scegliere di opporsi alla follia dello status quo può essere gravido di conseguenze. Non da ultimo il venire identificati come i nemici dell’umanità: malfattori,provocatori, violenti. Terroristi.

Non sentirsi vittime non significa certo accettare queste definizioni, ma riconoscere che un’ipocrisia tanto sfacciata quanto complice governa questo mondo. La stessa che riesce a chiamare “sviluppo” la continua e progressiva distruzione delle fonti di vita di ogni specie vivente, che è pronta a mandare alla forca chi riduce in frantumi i vetri di qualche gigante dello sfruttamento (umano ed ambientale), ma che “ignora” la devastazione che l’ENI, in nome del popolo italiano,porta ovunque posa le zampe. Che si indigna e tira fuori il petto se un tutore dell’ordine (e del privilegio) si sbuccia un ginocchio, ma nasconde la testa nella sabbia quando qualcuno viene deturpato per sempre o termina la sua vita in una caserma o in una prigione.

Eccetera, eccetera.

La realtà, senza veli, è triste e terribile. Ma a forza di guardarla bene capita anche di innamorarsi di un sogno di libertà, di autodeterminazione, di giustizia senza l’inganno della Legge, e di cercarlo ovunque si manifesti all’improvviso.

Io l’ho visto. In un Cie in fiamme. Nella fuga precipitosa di un ufficiale giudiziario che, Diritto alla mano,voleva sbattere qualcuno in mezzo a una strada. Nello sfregio ad un simbolo della disuguaglianza sociale. In una scritta sfacciata lungo le “preziose” vie del centro.

E l’ho vista sullo svincolo di un’autostrada, al tramonto, dopo tre giorni passati a dividere la rabbia e la paura per la vita di quel fratello appesa ad un filo a causa della solerzia dei servi del Tav. Migliaia di persone che sanno solo di non volersi muovere da lì. Qualcuno prepara una zuppa, altri danno fuoco a una barricata. E non solo per la polizia, è difficile identificare e capire chi fa cosa. Arrivano alla fine. Un mare di caschi blu. Inizia un lungo spingi spingi. Noi in saliti, visi scoperti, disarmati. Cerco tra gli altri i volti dei miei compagni. Nessuno di noi avrebbe mai scelto di essere così vulnerabile: ad un esame di guerriglia urbana, avremmo preso zero. Ma ci guardiamo sorridendo. Intorno a noi centinaia di persone cantano all’unisono “La Valsusa paura non ne ha”. Non è incoscienza, tutti sanno come andrà a finire. Ma il tempo si fa denso, i corpi si dilatano fondendosi e nessuno vorrebbe essere da un’altra parte.

Vaglielo a spiegare poi a certi omuncoli di bassa statura morale che non è dentro una legge che troveranno le parole per raccontare quella bellezza. E la determinazione, e la tenacia.

Ma a quanto pare non ci fanno paura, con le loro parole. Il concetto di terrorismo serve solo a prendere per il naso gli sciocchi e gli uomini di cattiva volontà. Questo è quello che è davvero successo con i nostri arresti. Non sono solo i soliti, testardi sovversivi a rispedire le accuse al mittente. Sono in molti ad annusare l’inganno e a capire dove va a parare: l’asso nella manica del terrorismo (non nuovo ad essere usata per reprimere chi lotta contro l’oppressione e lo sfruttamento e la devastazione) da applicare alle lotte sociali, et voilà. Ma la Procura, o chi per essa, fa male i suoi conti. Pensa di prepararsi un terreno su cui camminerà facilmente. Pensa di giocare d’anticipo e invece arriva troppo tardi. Ormai non c’è più modo che individui caparbi, intestarditi da un No ventennale, si facciano incastrare da qualche scaltro parolaio. E se su un piano sombolico l’accusa di terrorismo è già naufragata, potrebbe non passare neanche da un punto di vista legale. Ed è un bene che lo Stato non si fornisca tanto facilmente degli strumenti con cui terrorizzare molte lotte e molti lottatori. Non è possibile, però, ragionare molto oltre su quello che avviene nelle aule di tribunale. Non possiamo di certo aspettarci una pacca sulla spalla.

Ma la rivendicazione collettiva che si è incredibilmente dispiegata di quell’atto di sabotaggio riempie di forza. Perché siamo andati molto oltre dal dire che i terroristi sono loro. Siamo arrivati a dire che sotto quei cappucci, all’ombra di quella luna di maggio, c’erano i volti di tutti gli uomini e le donne che quel maledetto treno non lo vogliono. Le categorie di innocenza e colpevolezza scompaiono, diventano roba da scartoffie e contabili. “Quella notte c’eravamo tutti”. Nessuna sentenza potrebbe farci sentire più liberi di questa frase.

Chiara

Non lasciamoli soli: una lettera per Chiara, Claudio, Niccolò e Mattia

Ieri sera a Cremona abbiamo avuto l’occasione di parlare a lungo con i genitori di Mattia, uno dei quattro giovani No Tav che dal 9 dicembre 2013 si trova a vivere in un carcere in regime di alta sicurezza (AS2). Ma perchè l’accusa è di terrorismo, ma soprattutto cosa significa vivere questo tipo di detenzione?

L’accusa di terrorismo e il regime di alta sorveglianza trovano il loro appiglio nell’art. 270 sexies del codice penale, che dal 2005, dopo gli attentati alle metropolitane di Madrid e Londra,  entrò a far parte dei  «pacchetti sicurezza». Lo stesso anno, caso vuole,  il movimento No Tav conseguì la sua più importante vittoria, bloccando e scongiurando l’apertura del cantiere per il cunicolo geognostico previsto a Venaus. Se in apparenza queste due cose non sembrano correlate basta leggere l’articolo suddetto per capire che non è così: «Sono considerate con finalità di terrorismo le condotte che, per la loro natura o contesto, possono arrecare grave danno ad un Paese o ad un’organizzazione internazionale e sono compiute allo scopo di intimidire la popolazione o costringere i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto […]»

Dato che il movimento No Tav vuole impedire il colossale sperpero di denaro previsto per la costruzione della linea TAV Torino-Lione, voluta dallo Stato, ogni iniziativa in tal senso, anche un semplice manifestazione, può essere ricondotta a «finalità di terrorismo». Questo è il motivo per cui su Chiara, Claudio, Niccolò e Mattia pende l’accusa di terrorismo. Le conseguenze? Ad oggi vivere in un regime di alta sicurezza prima di ricevere una sentenza definitiva.

L’alta sicurezza è una sezione del carcere in cui sono riuniti tutti i condannati per reati di tipo associativo (mafia, terrorismo, etc.), che sono sottoposti ad una sorveglianza più stretta rispetto ai detenuti comuni. Nell’alta sicurezza si viene a contatto (molto limitato) solo con i prigionieri della stessa sezione (se ci sono) e con le guardie carcerarie. Sono permesse solo 2 ore d’aria la mattina, e 2 la sera per un totale di 4 ore d’aria al giorno. Le ore d’aria vanno passate in spazi molto limitati, normalmente una stanza o un corridoio di qualche metro. L’orizzonte visivo massimo all’interno del carcere per questo tipo di detenzione è di circa 30 metri.

Il plexiglass delle finestre posto tra il “mondo” e le sbarre, non permette di poter guardare fuori dalla cella e filtra la luce del sole obbligando i detenuti a ricorrere alla luce artificiale anche durante la giornata, con effetti molto dannosi per l’organismo, in particolare per quanto riguarda la vista.

Queste celle sono isolate anche acusticamente: quello che succede fuori o quello che succede in altre parti del carcere non deve trapelare, costringendo così i detenuti a vivere in una condizione di isolamento acustico.

Questo regime priva inoltre le persone di momenti di socialità importanti, come il poter condividere un pasto insieme.
Prevede inoltre solo 4 ore di colloquio al mese, esclusivamente con i famigliari; il contatto con altre persone è talmente proibito che in qualsiasi momento, anche durante gli spostamenti all’interno del carcere, le guardie impediscono il contatto, anche casuale, con altri detenuti. Tutto questo, con l’andare del tempo, dovrebbe portare ad un malessere e a una deprivazione talmente forte, da spingere il detenuto a cedere, soprattutto a dissociarsi da quello che ha fatto e  ancora più dal movimento o gruppo di cui si sente parte.

Vivere in questo tipo di detenzione è paragonabile più ad un ospedale psichiatrico, che ad un carcere, a cui va aggiunto anche l’aspetto della “ricerca”. I detenuti con questo tipo di trattamento sono considerati infatti oggetti di studio, dove tutto quello che avviene, viene detto o fatto viene monitorato, registrato, scritto, descritto e analizzato.
Anche un semplice scambio di battute tra le celle viene annotato, per fornire materiale di analisi per capire e studiare questo “fenomeno”.

Queste sono solo alcune delle inumane imposizioni a cui Chiara, Claudio, Niccolò e Mattia si trovano a vivere da dicembre dello scorso anno. Questa repressione, che colpisce “pochi” per colpire “molti”, sta avendo e avrà sempre più conseguenze devastanti, riguardando per ora questi quattro ragazzi che rischiano di passare la loro gioventù in prigione, ma che potrebbe colpire indifferentemente chiunque pronunci un “no” o dissenta da qualsiasi decisione imposta dallo Stato, giusta o sbagliata che sia.

E’ per questo motivo che non dobbiamo lasciarli soli, e invitiamo tutti a scrivere a Chiara, Claudio, Niccolò e Mattia. Anche solo una lettera ricevuta può accorciare di qualche minuto il devastante isolamento che vivono quotidianamente.

Trasmettiamo loro la forza di combattere e non mollare, perchè la loro lotta è la nostra lotta.

Di seguito trovate gli indirizzi ai quali potete scrivere:

Claudio Alberto
Chiara Zenobi
Casa Circondariale
Via Maria Adelaide Aglietta, 35
10151 Torino

Mattia Zanotti
Niccolò Blasi
Casa di Reclusione
Via Casale San Michele, 50
15100 Alessandria

Per maggiori informazioni:

– intervista a due ragazzi che sono stati reclusi in regime di alta sicurezza

–  LIBERO DISSENSO

– NO TAV INFO