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Un anno dopo gli abbattimenti delle case a Brescia per il TAV Treviglio-Brescia: cosa resta in via Toscana

Il cantiere di Via Toscana oggi: lavori ancora ben lontani dalla fine, dopo un anno esatto dall’inizio degli abbattimenti delle case espropriate.

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Cumuli consistenti di terra da mesi a ridosso delle abitazioni per i quali né Italferr ne’ Comune di Brescia hanno fornito, ad oggi, dati pubblici sulla presenza o meno di inquinanti tra cui PCB.

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Dopo un anno esatto non si conosce nemmeno che destinazione finale avrà l’area adiacente alla ferrovia. La promessa comunale di realizzare un parco pubblico ( qualora le analisi dei terreni lo permettessero) con le piante salvate dai lavori e’ lontana dalla reale progettazione. Le piante stesse all’interno del cantiere, a causa di una totale noncuranza, giacciono in condizioni di sofferenza a causa di una non possibile irrigazione.

Niente di cui stupirsi ma dovrebbe servire da allarme per tutte le persone che si potrebbero ritrovare espropriate o a ridosso dei futuri cantieri della Brescia-Verona.

E con l’immagine forte di una delle case durante gli abbattimenti vogliamo ricordare che questa è la violenza del Tav, questo è quello che succede se chiniamo la testa e accettiamo che quest’opera distrugga le nostre terre e le nostre vite, questo è quello che potrebbe succedere a centinaia di persone se lasciamo che il Tav Brescia-Verona venga costruito.

Ma dopo un anno possiamo affermare che le cose ora son ben diverse, che la gente inizia a sapere, a informarsi e a tirar su la testa consapevoli che un NO si può dire e che la violenza che loro usano per ottenere il loro risultato non ci fermerà in nessun modo se restiamo uniti.

Dalle macerie di queste case e di tutto quello che è stato perso con la costruzione di questa tratta di TAV traiamo gli importanti insegnamenti dell’opposizione, della resistenza e della volontà di cambiare le cose.

Perchè ora sappiamo che fermarlo è possibile e che lo faremo, costi quel che costi, perchè è l’unica possibilità di dare un futuro a questi territori e a chi li vive.

NON CI SARANNO ALTRI ESPROPRI, NON CI SARANNO ALTRI ABBATTIMENTI PERCHE’ INSIEME FERMEREMO QUEST’OPERA DEL MALAFFARE!

NO TAV FINO ALLA VITTORIA! ‪#‎notav‬

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Più forte delle loro minacce è la canzone No Tav – il racconto di Nicoletta

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Si apre il cancello della centrale di Chiomonte davanti alla piccola auto . Per la prima volta, insieme a Marisa, Eleonora, Mario, Ezio, ripercorro la strada vietata da quel giugno del 2011 in cui fu messa in catene la libera repubblica della Maddalena .

Comincia il viaggio, in uno spazio che ci è stato sottratto, ma soprattutto nel tempo, nella memoria viva, che resiste. Un viaggio che fa rabbiosamente male, ma che alimenta le radici di una lotta mai spenta.

Rivedo le vigne immerse nella dolce luce della mattina d’autunno. Dove c’era il presidio d’accoglienza ora stazionano macchine da guerra, garitte e figure in divisa. Qualche vigna è stata abbandonata, l’agriturismo a metà strada appare malinconicamente chiuso.

In alto, tra alberi abbattuti, percorsi stradali cambiati, nuove reti e cancelli, si misura ancor meglio il degrado, la militarizzazione che avanza.

Ma ecco il piazzale della Maddalena, la cantina sociale ormai inaccessibile, il museo in stato d’abbandono : grandi macchie di umidità che invadono la facciata, infissi scrostati, incuria totale. Cerco invano il grande rosaio, la selva profumata di rose rosse che ci accoglieva, fino a quattro anni fa, e parlava di amore appassionato, di resistente bellezza. Sono scomparsi, sostituiti da reti e muri, i grandi cespugli di lavanda il cui profumo riempiva le notti della libera repubblica. Squallore, soldati, mezzi militari che posteggiano sul retro, sopra il piccolo cimitero neolitico.

E dov’è la barricata Stalingrado? Ora si criminalizza in tribunale quell’alba epica, nella quale le figlie e i figli della libera repubblica si prepararono a resistere contro l’esercito di luci blu avanzanti dall’autostrada. Allora nel cielo dell’alba splendeva l’ultima stella del mattino. Contro le truppe infinite che sbucavano dalla galleria autostradale e avanzavano sul viadotto, noi avemmo chiaro il senso di quanto fosse superiore al loro apparato bellico la forza della nostra fratellanza, l’invincibile, commovente risorsa che ancora dura e ci dà vita, anche nei momenti più amari.

Ora sotto di noi si stende il cantiere: vi accediamo scortati, dopo la vestizione con casco, giubbotto fosforescente, stivaloni ferrati, mascherina contro le polveri e tappi antirumore.

Scendiamo in mezzo al marasma di edifici, pedane, montacarichi, silos, macchinari, vasconi, blindati, cemento mascherato di vernici verdi, bacini di acque torbide, riflettori, rotaie, cumuli di detriti: una realtà che di solito vediamo da lontano, oltre i muri, dall’alto dei nostri presidi resistenti, di cui si scorgono le bandiere e ci giunge l’ incoraggiamento di quanti sono venuti a condividere questa nostra esperienza di lotta.

Ancora ricordi: qui si dipanava, tra faggi e betulle , la vecchia stradina verso Giaglione. Ed ecco il prato dove con una giornata di festa popolare, erano stati messi a dimora migliaia di piccoli arbusti, ecco il pilone dell’autostrada su cui resiste il nostro murale. Dove ora ci sono blindati era sottobosco; qui scorreva un ruscello; qui, al posto del capannone-officina e del piazzale d’asfalto, viveva il bosco dei castagni, giganti centenari che vidi estirpare ad uno ad uno in una primavera di nidi infranti, tra la disperazione degli uccelli.

Ma dove sono le casette sugli alberi, i tendoni del campeggio, quel villaggio di Asterix che visse un’ affollatissima estate ?

Resiste la nostra piccola baita, il tetto ingombro di filo spinato, presidiata da figure in grigioverde: “area sotto sequestro, non ci si può avvicinare”; ma mi avvicino lo stesso, mi appoggio a quei muri che mi rispondono, vivi. Dalla finestrella aperta, protetta da grate, rivedo l’interno e provo un tuffo al cuore: tra le sue mura il tempo si è fermato a quel tragico febbraio 2012 dello sgombero e della caduta di Luca dal traliccio. Sul tavolo c’è ancora una bottiglia d’acqua, scatole di bicarbonato stoviglie; gli scaffali ancora pieni di vasetti e provviste di cibo, immagazzinate per una resistenza che avevamo immaginato lunghissima. Sulle pareti disegni di bambini, un calendario, fogli ingialliti, la stufetta allora sempre incandescente, ma non abbastanza per vincere il freddo delle notti stellate di Clarea. Di fianco alla piccola baita resiste un magro ciliegio, precario superstite del mare verde che si stendeva lungo il pendìo e diventava bosco di betulle, la dove ora si apre la bocca del tunnel.

Quella bocca ci inghiotte, sul trenino che ci porta nel ventre dell’antica frana, lungo il chilometro di galleria in fondo a cui si acquatta la trivella.

“ Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente…” i versi danteschi mi martellano in testa mentre procediamo tra sbalzi e rumori in “quell’aria sanza tempo tinta”.

L’accompagnatore di Ltf magnifica il lavoro svolto, minimizza i rischi, risponde alle domande tecnicamente ferrate di Mario; ma dicono altro lo squallore del luogo, l’estraneità triste degli sparuti operai (non più di quattro) che intravvediamo lungo il percorso, le fenditure della roccia inchiavardata, l’acqua che a un certo punto gocciola dalla volta e scorre sotto i nostri piedi in un fossatello di acqua limpida: il sangue della terra svenata. La “talpa Gea” non sta lavorando; percorriamo a piedi parte dei suoi 200 metri, essenzialmente una pedana metallica su cui stanno armadietti, quadri elettrici, rotaie, tubi di ogni dimensione, il tutto pieno di polvere e di ruggine precoce. Non vediamo la grande testa della trivella.

Il sopralluogo è terminato, il trenino riparte all’indietro. Ritroviamo il piazzale, lo squallore del deserto armato.

Guardo verso le montagne, i boschi che si stendono in alto, lungo la Clarea; vedo, sopra il cantiere, il giardino NO TAV : il piccolo prato sembra di velluto fiorito, sventolano le bandiere, sorridono i volti cari di compagne e compagni con cui condividiamo vita e lotta.

Questa giornata non può finire nel clima fittizio e vischioso di una visita di cortesia.

Incatenarsi per dire la quotidianità di una popolazione cui è negato diritto e parola, le catene di un lavoro che non è lavoro, di un sistema che si fa devastazione sociale, ambientale, economica, culturale; e denunciare il carcere dei nostri figli, la militarizzazione delle nostre vite.

A questo punto l’atmosfera di falsa cortesia va in pezzi, la repressione ritorna repressione, i cortesi funzionari parlano con la voce del tribunale, spuntano le telecamere dell’inquisizione, partono gli insulti massmediatici dei pennivendoli di regime.

Ma più forte delle loro minacce è la canzone NO TAV che giunge di lontano e porta l’eco di tante lotte, da tante parti del mondo.

Mi sento libera e felice, sicura che presto vinceremo.

I popoli in rivolta scrivono la storia. NO TAV fino alla vittoria.

La violenza del Tav – di Alessandra Zanini

Sentiamo spesso parlare dai media nazionali di violenza legata al movimento NO TAV, ma pochi raccontano quale sia invece la ben più devastante violenza del TAV.

Violenza è imporre un opera inutile e dannosa, è espropriare, è non informare le persone dei rischi a cui sono sottoposti. Violenza è distruggere, è inquinare, è mettere a serio rischio la salute delle persone.

C’è poi la brutalità delle forze dell’ “ordine” che devono garantire il sopruso con manganellate, lacrimogeni, e impedendo che la popolazione possa agire in qualsiasi modo. Se questo vi sembra lontano da noi, la realtà è che non è così.
Violenza non sono solo le manganellate della polizia, violenza è anche arrivare davanti a quella che è stata casa mia per 26 anni e non potermi avvicinare liberamente perchè bloccata dalle forze dell'”ordine”, privandomi in questo modo di alcuni diritti solo perchè esprimo un ideale.

Violenza è vedere la mia casa, stanza per stanza, essere abbattuta, senza un motivo valido, senza rispetto alcuno.
Stanza per stanza, sono stata privata della mia intimità di casa, sono stata derubata dei miei ricordi.

Violenza è vedere una ruspa sradicare senza pietà un albero che è cresciuto con me, nel mio giardino e vederlo portar via da un camion, vedendo solo qualche foglia in lontananza sbucare ed allontanarsi per sempre. Questa per voi non è violenza?

E di fronte a tutto questo la violenza che viene attribuita ai NO TAV altro non è che difesa: tutela della propria terra, dei propri ideali e del futuro contro la violenza che viene praticata nella costruzione di quest’opera.

E non c’è altro da dire: la violenza è proprio la ragione di chi ha torto e questa ne è la dimostrazione.

Ma quello che loro non sanno è che un ideale non si abbatte, e la violenza che continuano a perpetuare creerà solo condivisione e solidarietà.

Un grazie speciale a chi ci è stato vicino in questi giorni durissimi, negli scorsi 2 anni ma sopratutto a tutti quelli che porteranno avanti questa lotta insieme a noi per impedire che altra violenza e altre ingiustizie continuino a essere portate avanti.

Alessandra Zanini

T’avrei voluta ancora

 

 

 

NOI NON DIMENTICHIAMO: SAPPIAMO CHI E’ STATO!

Invitiamo tutti a guardare la puntata di ieri sera di #presadiretta intitolata “Morti di Stato”: ribadiamo sempre più forte il nostro NO AGLI ABUSI IN DIVISA, affinchè casi come quelli di Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Michele Ferrulli, Riccardo Rasman, Giuseppe Uva, Paolo Scaroni, Stefano Gugliotta, Tommaso De Michiel e tanti, troppi altri non si ripetano MAI PIU’, Diaz compresa! Senza ovviamente dimenticare Sole e Baleno, prima vittime della repressione #notav!

Pretendiamo quindi l’introduzione del reato di tortura e del numero identificativo sulle divise delle forze dell’ordine! Invitiamo inoltre tutti non solo a parlarne e condividere queste tragedie, ma anche ad agire non facendo mai sentire sole le famiglie di queste vittime dello Stato!

NOI NON DIMENTICHIAMO: SAPPIAMO CHI E’ STATO!

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Lo scrittore Mauro Corona: “La violenza non è dei No Tav, ma dello Stato”

Mauro Corona

Sempre più personaggi del mondo della cultura si stanno schierando contro la linea ad Alta Velocità Torino-Lione. Dopo lo scrittore Erri De Luca e l’attore Ascanio Celestini, ora anche l’intellettuale Mauro Corona sta con il movimento. “Sono con Erri De Luca e con i No Tav”.
Lo ha detto durante la trasmissione “La zanzara” su Radio 24.
Una posizione netta che mette in luce le anomalie della macchina che politica, magistratura e fronte del sì alla grande opera hanno messo in moto per avvallarne la costruzione.
“La violenza non è partita dai No Tav, ma è partita da una violenza legale, legale, che si fanno le leggi poi infieriscono a casa tua, sui territori”.
È una posizione accorata e sentita quella di Corona. “Quella è la violenza, quella legalizzata contro la quale se ti ci metti becchi la denuncia”.
Non usa mezzi termini lo scrittore friulano: “Quindi fanno benissimo a difendere il loro territorio con qualsiasi mezzo”. Anche con la violenza? “La violenza non è stata da parte loro. Se tu mi attacchi con la violenza io mi difendo. La violenza subdola è quella dello stato a cui non puoi opporti altrimenti vai in galera”.

 

Tratto da: http://www.nuovasocieta.it